Apparentemente tra il calcio e la filosofia sembra non esserci relazione alcuna, se non addirittura un’opposizione di principio. Ma questa impostazione può valere solo per una concezione della filosofia che non è in grado di confrontarsi con tutte le dimensioni e, in modo particolare, con quelle, almeno al primo sguardo, più popolari. Questa concezione della filosofia non è la mia, ed è comunque da combattere, perché troppo legata a uno schema autoreferenziale che le impedisce di confrontarsi con le realtà specifiche, anche del quotidiano, e quindi di migliorarsi e di aprirsi a un confronto autentico con le molteplici sfaccettature dell’esperienza, per esempio, le fiction televisive, l’astrologia, la moda e tutto ciò che emerge nella nostra società contemporanea. Lo stesso si può affermare per qualsiasi altra dimensione che presenti una certa rilevanza sociale e un ampio livello di diffusione popolare.

Negli ultimi mesi si è aperto un serrato dibattito sul ruolo e le finalità della filosofia che indaga le dimensioni più popolari e quelle più contigue alla società di massa. Ad accendere le polveri è stato in particolare Edoardo Camurri, con un articolo “Il successo della filosofia pop è un bluff”, uscito domenica 29 gennaio 2012 sull’inserto “La lettura”, del Corriere della Sera. L’argomentazione, in parte sociologica, in parte concettuale, è all’incirca la seguente: i professori universitari italiani per incrementare i loro modesti guadagni – a proposito, un paio d’anni fa, nella prima pagina di due quotidiani di proprietà della famiglia dell’ex presidente del Consiglio, non era apparsa la notizia che i professori universitari italiani venivano strapagati? – si sarebbero inventati un genere filosofico, la Pop-sofia, che è un’operazione di pura cosmesi intellettuale, come se, al limite, si volesse dare un significato razionale a delle barzellette. Da qui la condanna inappellabile e il sottile disprezzo di chi sicuramente con queste argomentazioni ricava compensi superiori a quello dei professori universitari. Convincente la risposta di Simone Regazzoni, apparsa venerdì 3 febbraio 2012 sul Secolo XIX, “Chi ha paura della Pop-Filosofia?”: la filosofia deve affrontare le sfide che la contemporaneità le rivolge e non può non porsi il problema dei fenomeni culturali-mediatici emergenti; la risposta più efficace e sintetica a Edoardo Camurri sta nella formula di Sartre: “Non possiamo perdere nulla del nostro tempo, forse ce ne sono di migliori, ma questo è il nostro”. E di questo anche la filosofia deve tener conto.