Carichi di sabbia per aiutare i genitori nelle cave del sud, oppure di legna da portare per chilometri alle case o ai mercati. Lavorano a denti stretti, senza una paga, senza un lamento, senza tregua e sorridono sempre ai “pumui”, i bianchi, gli stranieri.

Guardando i bambini della Sierra Leone è difficile pensare che pochi anni fa – fra il 1991 e il 2001 – sia stato un esercito di ragazzini, dai 10 ai 15 anni, a devastare questo paese, lasciandosi dietro 50.000 cadaveri e un labirinto di rovine che inizia a Freetown, la capitale e finisce a Kaylahun, al confine con la Liberia.

Ed è a Kaylahun, che vediamo dei bambini giocare fra i muri di una casa bruciata. Sembra un relitto come altri, ma quando entriamo verrebbe voglia di scappare dopo pochi secondi. La chiamano “The slaughter house”. Dieci anni dopo, i graffiti di sangue lasciati dal machete sono ancora sui muri, assieme ai fantasmi di chi veniva condotto fra queste pareti per morire sgozzato. “Eravamo nella giungla e quando ti ordinavano di fare queste cose dovevi obbedire o ti avrebbero ucciso! Non mi nascondo anche io ho fatto queste cose. Abbiamo ucciso un sacco di gente: soldati, civili, anche donne, anche bambini. Con il ‘coutelas’, il machete, e il sangue schizzava fino al soffitto”.

Foday Amara, l’uomo che racconta senza reticenze, senza pudore, quello che ha fatto è un “ex-combattant”, che uccideva per conto del Ruf , il Fronte Unito Rivoluzionario, armata di adolescenti che per 10 anni ha devastato la Sierra Leone per impadronirsi delle sue miniere di diamanti. Il più grande giacimento del mondo. “Ricordo un ragazzo che si chiamava Sherif Kangei – dice Foday – L’ho ucciso proprio qui. Aveva rifiutato di trasportare dei carichi. Di obbedire agli ordini della rivoluzione… ”.

Cinque ore di auto più a sud, nel villaggio di “Mattru on the rail”, le uniche figure intere sono quelle dei bambini e dei loro pupazzi. Gli adulti sono stati tutti amputati. “Quando mi hanno catturato”, racconta Mamie Lebbie, una donna di 35 anni che stringe al petto un bimbo con l’unica mano che le hanno lasciato “mi dissero che mi avrebbero amputato e che avrebbero ucciso mio marito… Ed è quello che fecero. Lui fu picchiato a morte e a me hanno tagliato la mano destra. Erano dei ragazzini dai 10 ai 13 anni…” .

Mc Luhan scrive che il mezzo è il messaggio. In Sierra Leone il mezzo era il machete e il messaggio ai civili era il potere della guerriglia sul territorio. “Dissero che lo avrebbero fatto anche se non gli avevamo fatto nulla – continua Mamie Lebbie – era un esempio, per mostrare che avevano preso la città e che era sotto il loro controllo”.

“Mi catturarono nel 1996 – racconta a Sallay Goba – mi tagliarono la mano destra e poi la sinistra. Mi dissero ‘quando andrai all’ospedale di’ a tutti che dio ti ha fatto questo!’. Li pregai di uccidermi. Risposero: ‘Se avessimo voluto ucciderti avremmo fatto in un altro modo ’ e mi spinsero via dandomi un calcio nel sedere”.

“Tagliare le braccia – spiega Hassan Kamara un altro ex-ribelle – era un modo per mandare un messaggio: ‘Siamo ovunque. Possiamo arrivare in qualsiasi momento!’”.

La ferocia del Fronte Rivoluzionario Unito è stata paragonata a quella di Pol Pot, ma la strategia del machete era un’operazione economica: tagliando le braccia di alcuni si riducevano in schiavitù quelle di tutti gli altri, costringendoli a lavorare sino allo sfinimento nelle miniere dei diamanti, “la più maneggevole di tutte le ricchezze” ha scritto Greg Campbel nel libro Diamanti di sangue “perché consentiva di riciclare il denaro sporco dei narcos, ma anche quello di Hezbollah e al Qaeda”.

Quando i ribelli hanno conquistato Kono e la regione delle miniere, la storia della Sierra Leone è tornata indietro di secoli. Nella terra degli schiavi liberati che diede il nome a Freetown, la schiavitù venne ripristinata di fatto, costringendo migliaia di persone a scavare nel fango dall’alba al tramonto. Chi sgarrava, chi cercava di nascondere una pietra per sé veniva bruciato vivo.

Il traffico di diamanti, controllato da signori della guerra liberiani come Charles Taylor, a tutto vantaggio di multinazionali come la De Beers, consentiva ai ribelli di comprare armi a volontà prolungando la guerra. Solo dopo anni di massacri sarebbe emerso anche in occidente che i diamanti che adornavano bellissime mani bianche, erano cristalli di sangue, ottenuti amputando poverissime mani nere, al punto che allo slogan “un diamante è per sempre”, qualcuno replicò che anche un’amputazione è “per sempre”.

Quando il problema venne sollevato dai giornalisti con Naomi Campbell, che aveva accettato diamanti da Charles Taylor, la venere nera reagì travolgendo le telecamere. I civili che rifiutavano di arruolarsi o di collaborare con la guerriglia venivano uccisi o esposti al sole. Le donne venivano violentate. “Stupravamo ogni ragazza carina che trovavamo – racconta Foday Amara – se rifiutavano di arruolarsi, di farci da cuoche, le stupravamo e poi le mettevamo al sole. Venivano punite. Non gli davamo nulla da mangiare, e alcune sono morte”.

Fodai Sankoh, l’ex-caporale che, appoggiato da Gheddafi, aveva addestrato i ribelli a commettere qualsiasi crimine, meriterebbe di essere impiccato 100 volte, ma il diavolo se lo è portato via prima che finisse il suo processo. Prima di far iniettare cocaina nel cranio dei bambini-soldato, li drogava promettendo libertà e riforme radicali: “Mai più gli abitanti delle zone rurali faranno i taglialegna e i portatori di acqua per la zona urbana di Freetown” diceva “mai più schiavi e mai più padroni!”.

Uno dei paradossi del Sierra Leone è che una guerra che usava metodi medievali come le amputazioni, si nutriva di rap e di miti guerrieri americani. I film di Rambo e di Van Damme sono stati per anni l’unico “supporto didattico”, di migliaia di adolescenti analfabeti che nel kalashnikov cercavano un’identità, un futuro o forse semplicemente un’occasione per esercitare un potere e un possesso. Si diventava soldati, cioè si ‘consumavano’ vite umane, per diventare finalmente consumatori. “Quando occupammo Freetown ho chiesto a un tizio di darmi il suo orologio – dice Foday Amara – ma ha rifiutato di consegnarmelo e allora gli ho tagliato il braccio. Ero un selvaggio, un combattente della giungla”.

Se il mito di Rambo drogava il coraggio dei bambini-soldato, la fame e la paura della morte facevano riemergere riti di sangue che sconfinavano nel cannibalismo. “Alcuni si coprivano di sangue umano per proteggersi dalle pallottole” spiega Mohammed Jusu che si occupa dei reinserimento degli ex-combattenti, “altri mangiavano carne umana. Non solo i ribelli, anche i ‘Kamajor’, cioè i membri delle società di caccia organizzati come difesa civile contro la guerriglia. Se uccidevano qualcuno ne usavano il sangue per fare dei riti magici”.

Sedato l’incendio della guerra civile con un dispiegamento colossale di caschi blu (17.000) è iniziata la cosiddetta “politica di riconciliazione nazionale”. Per domare i ribelli e convincerli a deporre le armi gli è stata donata una moto per ogni kalashnikov e oggi – in un paese in cui una bici è un lusso – li vedi sfrecciare accanto alle loro vittime costrette ad arrancare su protesi e stampelle senza nessun aiuto.