Ipocrisia e sport vanno spesso bene insieme. Come ipocrisia e politica. E quando la politica e sport s’intrecciano , l’ipocrisia va a nozze. Aggiungere un pizzico d’informazione compiacente e il cocktail è servito. E tutto il mondo è paese: mica l’Italia del povero Morosini fa caso a sé, che poi si ricomincia e ci sono subito gli ultras di Genova e le sceneggiate di Udine, dove gli ultras stanno in tribuna d’onore.

Dieci giorni fa, la Formula 1, che è ben più affari che sport, veniva universalmente deprecata dai soliti ben pensanti perché lo show non s’era fermato in Bahrain, nonostante nelle manifestazioni di protesta intorno a un circuito spettralmente deserto –ma chi se n’importa, c‘è la tv in Mondovisione- ci fosse stato anche un morto. Oggi, ecco l’appello al boicottaggio degli Europei di calcio in Ucraina, in nome e per conto dei diritti –umani e politici-brutalmente violati di Yulia Timoshenko, l’icona bionda della rivoluzione arancione, poi premier e ora leader dell’opposizione condannata e maltrattata.

Giustissimo, a mio avviso, essere solidali con il popolo del Bahrain, che cerca libertà e democrazia. E giustissimo essere vicini a Yulia, che subisce angherie in carcere, dopo averne subite nel processo. E, allora, dove sta l’ipocrisia? Nel gridare allo scandalo, e nel mostrare stupore, quando le cose vanno esattamente come dovevano andare e si sapeva benissimo che sarebbero andate.

Quando la Formula 1 sceglie di andare a correre in Bahrain lo fa per i soldi dell’emiro e dei suoi sodali, ben sapendo qual è la situazione politica e sociale nell’isola Stato del Golfo. Ma i padroni del circo non fanno una piega, anzi al massimo dicono di sperare che la loro presenza lì sarà un’occasione di democratizzazione. E i media tengono loro bordone.

Ed è ovvio che chi protesta contro il regime lo faccia quando c’è il circo, per sfruttarne l’eco mediatico, perché altrimenti, con tutto quello che succede nel mondo, chi volete che badi al Bahrain, che lì avranno poca libertà, ma non sono l’Arabia Saudita e neppure muoiono di fame, anzi stanno bene. E, infatti, subito dopo il gran premio, sapete quanto spazio hanno avuto gli scontri tra manifestanti e polizia, con feriti, molotov e lacrimogeni, al momento del funerale della vittima degli incidenti di sabato? Quattro righe d’agenzia e manco una riga di quotidiano o una citazione nei tg e gr.

E l’Ucraina? Mica è il Bahrain: è più vicina e la gente, come qualità della vita media, ci sta peggio. E non ditemi che l’Uefa non lo sapeva che Kiev non è proprio equivalente a Stoccolma, come democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo, quando le ha assegnato l’Euro 2012, in compartecipazione con la Polonia perché da sola l’Ucraina non ce l’avrebbe fatta. Certo, ora la storia di Yulia catalizza l’attenzione, commuove la Merkel e tocca altri leader. I campionati si faranno, ma senza Angela in tribuna nè Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, che, forse, nessuno se ne sarebbe accorto se ci fosse andato. L’Italia, come fa spesso, esita, prima di schierarsi, mentre da Kiev viene un refrain già sentito (l’Euro 2012 non sia ostaggio della politica, lo sport è un’altra cosa –già, ma quale?-) cui fa eco un altro refrain (lo sport non si giri da un’altra parte, non faccia finta di non vedere).

E pure qui l’ipocrisia è sovrana. Perché le assenze della Merkel e di Barroso non significano boicottare Euro 2012: quello si boicotta, volendo, non mandando le squadre, o escludendo l’Ucraina dal torneo, o rinviando la manifestazione –l’Uefa adesso non esclude di farlo-. Ci arriveremo? Ne dubito. Ma, magari, mi sbaglio. Oppure, forse, la situazione di Yulia migliorerà. E saremo tutti più sereni e liberi di tifare senza problemi di coscienza.