Mentre questa primavera ci regala temperature estive rinnovando il nostro desiderio di mare, si sta concludendo alla Commissione Europea un’accesa discussione su chi nel mare vive da oltre 450 milioni di anni: gli squali.

In particolare, si sta dibattendo sulle modifiche al regolamento sul prelievo delle pinne di squalo. Le pinne sono, infatti, un prodotto molto costoso richiesto esclusivamente dal mercato cinese, dove viene utilizzato per fare l’omonima zuppa.

Le richieste sono tali che si è sviluppata una pratica di prelievo ad hoc per ottenere le pinne, il cosiddetto finning. Il finning ha come obbiettivo la pesca di squali che, una volta tirati a bordo, vengono letteralmente “spinnati” e quindi rigettati in mare feriti e condannati a morire dopo una lenta agonia.

Per contrastare tutto questo, nel 2003 l’Ue (tra i maggiori esportatori del prodotto pinne), ha bandito il finning concedendo però, allo stesso tempo, “permessi speciali di pesca” che di fatto lasciano ancora spiragli per continuare a prelevare le pinne a bordo. Spiragli divenuti rapidamente voragini.

Le modifiche da apportare al regolamento colmerebbero queste lacune, obbligando lo sbarco delle pinne attaccate allo squalo da cui si vogliono prelevare.

Ma, ragioni etiche a parte, perché in piena crisi economica tutto questo interesse verso pesci che non solo non sono considerati dalla maggior parte della gente una risorsa edibile, ma anzi sono addirittura temuti? Perché da questi animali dipende il mare così come lo conosciamo, come lo desideriamo ogni estate o almeno lo vorremmo. Risorse di pesca comprese.

Praticamente al vertice di tutte le catene alimentari marine, come tutti i top predators gli squali sono una cartina tornasole dello stato di salute dell’ambiente. Essi, infatti, dall’alto della loro posizione ecologica tengono per così dire “a bada” i livelli inferiori e la loro drastica e inarrestabile riduzione sta già alterando tutti gli equilibri (Myers et al., 2007. Science, 315:1846-1850; Ferretti et al., 2010. Ecology Letters, 13:1055-1071).

Inarrestabile riduzione in quanto, al contrario di molte altre specie predatrici terrestri e marine (lupi, orsi, tigri, delfini, ecc.), gli squali non hanno ancora suscitato l’”umana carità”. Questo nonostante siano, tra gli animali marini, quelli più a rischio di collasso, a causa delle loro caratteristiche biologiche che si traducono in potenziali di rinnovo delle popolazioni molto bassi, tali da far sì che oggi siano minacciati in tutto il pianeta, Mediterraneo incluso (Dulvy et al., 2008. Aquatic Conservation, 18:459-482). Sebbene, infatti, il nostro mare accolga un grande numero di specie (tra cui anche il grande squalo bianco e lo squalo elefante, il secondo pesce più grande del mondo), molte di esse sono ora rare se non addirittura quasi del tutto scomparse (Ferretti et al., 2008. Conservation Biology, 4:952-964).

Sono le ragioni per cui è urgente adottare misure che salvaguardino questi animali. Per farlo, di norma, servono due cose: conoscenza scientifica e consapevolezza dell’opinione pubblica. Conoscere la biologia e l’ecologia dei viventi è, infatti, basilare per stilare opportuni piani ed azioni per la loro tutela. E’ necessario poi che si sviluppi tra i “non addetti ai lavori” la consapevolezza del problema: ovvero, oltrepassare la barriera che troppo spesso divide scienziati e cittadini. Un obiettivo importante ma non ancora raggiunto, in particolare in Italia. Un obiettivo per cui impegnarsi (per primi i ricercatori) anche e sopratutto in tempi di crisi, perché la scienza entri nelle case, crei consapevolezza e spirito critico e permetta, tra le altre cose, di arrivare al mare felici, o per lo meno non impauriti, dalla notizia di una pinna avvistata al largo.