L’Italia non è abituata alla recessione. E quella di oggi assomiglia sempre più a una depressione senza rimedio che a un episodio sgradevole e passeggero. Nella storia Repubblicana abbiamo avuto poche grandi recessioni: 1974-1975, 1992-1993 e quella 2008-2009, anticamera della recessione 2012 che è appena (ri)cominciata.

La più grave di tutte

Sappiamo di essere in recessione dal 12 marzo, quando l’Istat ha comunicato che da sei mesi il nostro Prodotto interno lordo era in calo. La definizione di recessione tecnica richiede questo, due trimestri consecutivi col segno meno: -0,2 negli ultimi tre mesi del 2011 e poi -0,7 nei primi tre del 2012. Per capire quanto è grave, e soprattutto inedita, la situazione attuale bisogna fare i confronti con il passato. Nelle tre grandi recessioni recenti, il Pil italiano è stato in calo, in media , per 4,5 trimestri consecutivi: per nove mesi nel 1974-1975, per 18 nel 1992-1993. Dopo circa due anni la ricchezza prodotta dal Paese tornava sui livelli pre crisi. Questa volta non sta succedendo, anzi, l’economia si sta avvitando nella “double dip recession”, cioè una recessione seguita da un accenno di ripresa e poi da una recessione. Non era mai successo. Nell’ottobre 2010 quattro ricercatori della Banca d’Italia (Antonio Bassanetti, Martina Cecioni, Andrea Nobili e Giordano Zevi), hanno presentato il lavoro “Le principali recessioni italiane: un confronto retrospettivo” che già allora chiariva come questa fosse la fase pià difficile della storia repubblicana.

Le ragioni sono molteplici, ma la più evidente è che la crescita negli anni precedenti il “picco”, cioè il momento più alto che chissà quando torneremo a raggiungere, è stata particolarmente bassa: soltanto +1 per cento in media tra 2001 e 2007. La perdita cumulata di Pil nella recessione degli anni Settanta è stata del 3,8 per cento, nel 1992-93 dell’1,9 per cento. Mentre in quella 2008-2009 è stato di oltre il 6 per cento.

Le conseguenze immediate

Di solito quando comincia la recessione i consumatori si spaventano. Anche quelli che potrebbero spendere non lo fanno, le prime spese a essere rinviate sono quelle dei cosiddetti beni durevoli. Come le automobili. Poi si taglia sui semi-durevoli, dalle lavatrici ai forni a microonde. Infine si cerca di risparmiare su tutto il resto, fino ai beni di prima necessità. Qualche settimana fa una ricerca di Intesa San-paolo ha sparso il panico: i livelli di spesa per alimentari sono tornati ai livelli del 1981. In realtà bastava leggere il testo per scoprire che si trattava, appunto, di spesa. E non di quantità di prodotti consumati. Alcune cose sono diventate più economiche altre, tipo il tabacco, più costose.

Le famiglie italiane sono uscite dalla prima fase di questa recessione con meno danni del previsto. Almeno in apparenza. Il colpo del 2009 ha abbattuto del 15 per cento la spesa per beni durevoli nel primo trimestre. Nel 1974-75 il calo era stato in linea, del 14,3, mentre nel 1992-93 assai più pesante, -23,5 per cento. Ma questo si spiega, perché all’inizio degli anni Novanta la crisi dell’Italia aveva anche una natura valutaria, c’era la lira sotto attacco speculativo, e quindi i prodotti d’importazione diventavano sempre più costosi tanto più la lira si svalutava. Il problema è che le famiglie, e i lavoratori, sono arrivati alla prima parte dell’attuale Grande Recessione sotto stress: il grafico della Banca d’Italia, nella ricerca citata, è impressionante: il reddito disponibile delle famiglie cresce fino al 1993, quando raggiunge un valore pari a circa il 30 per cento in più di quello del 1980 (anno scelto come paragone) e poi si ferma. Nel 2007, l’anno che ricordiamo con crescente nostalgia , i redditi sono ancora fermi. Miracolosamente, però i consumi hanno continuato a crescere dopo la recessione degli anni Novanta, per la precisione dal ‘94. Fino a quel momento redditi e consumi si erano mossi di pari passo, poi i secondi si involano mentre i primi restano piatti: nel 1993 i consumi erano il 30 per cento più alti del 1980, nel 2008 il 50 per cento. C’è il trucco: è sceso il tasso di risparmio. Lo spiega Giuseppe Bortolussi, nel suo ultimo e-book “Da Tremonti a Monti, il grande salasso”: “Il risparmio delle famiglie è sceso progressivamente passando dal 15,5 per cento del reddito disponibile lordo (anno 2007) all’11,7 per cento del 2011 (media dei primi tre trimestri). Le famiglie italiane hanno risparmiato molto meno di quanto facevano prima della crisi. Inoltre è calato il loro potere d’acquisto, in sostanza la quantità di beni che le famiglie possono acquistare con il proprio reddito: nel 2008 (-1,1 per cento) e nel 2009 (-2,8 per cento)”.

Casa, risparmi e famiglia sono stati una diga che ha permesso di superare la recessione 2008-2009 con traumi limitati, come ha rivelato una sorprendente ricerca della Fondazione Rodolfo De Bendetti. Ma quell’effetto è finito. Come nota il Centro Europa Ricerche, infatti, il cosiddetto Misery Index, l’indice di miseria che valuta l’impatto della crisi sulle famiglie , continua ad aumentare da metà 2010, quando l’Italia non era ufficialmente più in recessione, e dal 2012 si è impennato. La diga si è rotta

Vie di fuga

A contrastare le recessioni, di solito, ci pensavano le esportazioni , grazie alle svalutazioni competitive della lira. Questa volta non si può contare su quella risorsa, anche se gli ultimi dati dell’Istat invitano a qualche cauto ottimismo. Con un po’ di cinismo, ma anche di amor patrio, sul sito lavoce.info Francesco Daveri ha calcolato che se la crisi dell’eurozona continua, l’euro continuerà a indebolirsi: se il cambio dovesse deprezzarsi del 25 per cento rispetto al dollaro, basandosi su confronti con il 1993 Daveri stima che le esportazioni potrebbero salire del 10,5 per cento (è lo stesso meccanismo che ha permesso alla Germania di crescere di buona lena in questi anni difficili). Tutto come una volta, insomma. Se non fosse per le politiche di austerità imposte dal governo Monti che complicano il quadro. Elaborazioni su dati Eurostat dimostrano che forti aggiustamenti dei conti riducono in modo più che proporzionale la crescita.

La Grecia tra 2009 e 2011 ha migliorato il suo deficit del 6,5 per cento, ma il suo Pil nominale è crollato del 7,1. L’Italia si è accontentata di un miglioramento dell’1,5 e il Pil infatti è cresciuto del 4 per cento cumulato (nominale, non si considera l’inflazione). Ora le cose sono cambiate, e il risanamento più duro si combina con una nuova recessione. Nessuno ha idee chiare su come affrontare questo nuovo scenario.

Sempre peggio Il misery index, l’indice che spiega l’impatto della crisi sulle famiglie. Nonostante nel 2010 l’Italia non fosse più in recessione, la curva continua a salire

indice della miseria