Sarà la Corte di Giustizia Europea a pronunciarsi sulla norma che vieta alle parafarmacie italiane di vendere farmaci di fascia C, quelli con obbligo di ricetta medica ma interamente a carico del cittadino. Il Tar della Lombardia, con un’ordinanza dello scorso 22 marzo, ha infatti deciso di rinviare alla Corte di Giustizia Europea la norma che vieta alle parafarmacie di vendere questa tipologia di medicinali (tra questi ci sono ad esempio antidepressivi, pillole anticoncezionali, farmaci per disfunzioni erettili). Per il Tar questa norma sarebbe infatti in contrasto con la legislazione comunitaria.

L’esito del ricorso, che era stato proposto dalla titolare di una parafarmacia di Saronno (Va) contro l’Asl di Varese, il ministero della Salute, l’Aifa, il comune di Saronno e la Regione Lombardia, riapre la partita sull’estensione delle competenze delle 3800 parafarmacie italiane: “Il Tar ha ritenuto fondate le discriminazioni operate nei confronti dei farmacisti di parafarmacie e dei relativi esercizi e ha rimesso la questione alla Corte di giustizia europea – spiega il Coordinamento nazionale delle parafarmacie presieduto da Giuseppe Scioscia -. L’ordinanza è motivo di soddisfazione per i farmacisti titolari di parafarmacia che purtroppo non hanno visto riconosciuti, se non in parte minima e insufficiente i loro diritti nemmeno nel recente decreto liberalizzazioni”. Infatti il decreto liberalizzazioni non ha sciolto il nodo dell’interdizione alla vendita dei farmaci di fascia C al di fuori delle farmacie, limitandosi a rinviare ad un secondo momento l’approvazione di un provvedimento che prevedesse una lista di medicinali da ammettere alla vendita anche nelle parafarmacie.

Nel provvedimento del Tar si sostiene che non vi sarebbero motivazioni per impedire la vendita di questi farmaci, sottolineando come la disciplina italiana sembri essere in contrasto con la normativa europea “in quanto idonea a rendere di fatto impossibile lo stabilimento di un farmacista in Italia che voglia accedere al mercato dei farmaci di fascia C, oltre che rendere più difficile lo svolgimento di tale attività economica nel mercato nazionale”. Secondo il Tribunale amministrativo lombardo “non sembrano esserci motivi che possano giustificare una tale restrizione all’esercizio di una libertà economica, né vi è alcuna motivazione legata all’obiettivo di ripartire in modo equilibrato le farmacie nel territorio nazionale, né di aumentare la sicurezza e qualità dell’approvvigionamento della popolazione di medicinali, di un eccesso di consumo o di ammontare di risorse pubbliche assorbite”. “Vediamo ora come si pronuncerà la Corte europea – ha commentato Giuseppe Scioscia – noi comunque continueremo a lottare perché sia autorizzata la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie”.

Le parafarmacie vedono nella notizia di questi giorni un segnale positivo, ma i tempi per il pronunciamento della Corte di giustizia europea non sono immediati: “A volte possono passare anche due anni – spiega Cristoforo Osti, avvocato dello studio legale internazionale Clifford Chance, esperto di antitrust e diritto europeo – dopodiché la questione tornerà al giudice italiano (in questo caso al Tar della Lombardia, nda), che dovrà emettere una sentenza sulla base di quanto espresso dalla Corte di giustizia europea”. Dunque, non solo si dovranno attendere i tempi della rigorosa giustizia dell’Unione, ma anche quelli dell’intero iter di quella italiana, con i suoi diversi gradi di giudizio.

In quanto al pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, va sottolineato come questa non entri nel merito, ma si esprima solo su questioni di diritto: “È un giudizio su una questione di interpretazione – spiega Cristoforo Osti – il giudice non risolve il caso, fornirà dei principi interpretativi, vale a dire che stabilirà se la norma italiana è o non è in contrasto con la disciplina dell’Unione”.

Traducendo in pratica, l’organo che vigila sull’applicazione del diritto nei paesi membri potrebbe esprimersi contro la legge italiana se dovesse stabilire che, ad esempio, questa impedisca a un qualsiasi parafarmacista di un paese dell’Unione di impiantare la propria attività in Italia, perché la legge nazionale rende l’iniziativa imprenditoriale antieconomica. Ma sarà comunque il giudice nazionale a dover entrare nel merito della faccenda, intervenendo sulla controversia.

Nonostante tempi lunghi e le incertezze di una procedura complessa, per le parafarmacie il rinvio alla Corte di giustizia europea rappresenta comunque una speranza. Lo spauracchio di una procedura di infrazione, seppur ancora lontana nel tempo, potrebbe infatti bastare per innescare nel governo Monti, che ha dimostrato di essere decisamente sensibile alle pressioni dell’Unione, una revisione della norma finita sotto la lente dell’Ue.