La condanna di Charles Taylor, l’ex presidente liberiano, pronunciata dalla Corte Speciale per la Sierra Leone è finalmente giunta dopo circa sei anni di processo e oltre venti dall’inizio della sanguinosa guerra civile che ha devastato la Sierra Leone tra il 1991 e il 2002 e i cui segni sono tuttora brucianti: si parla di 75.000 civili uccisi, 2 milioni di profughi, migliaia di sopravvissuti con mutilazioni gravissime.

Una condanna attesa e importante, salutata con soddisfazione dalle organizzazioni per i diritti umani, che tuttavia è solo un tassello nella richiesta di giustizia per i gravissimi crimini commessi in quel piccolo paese dell’Africa occidentale e nella vicina Liberia.

Condanna importante perché pronunciata nei confronti di un ex-capo di Stato. La giustizia penale internazionale per sua vocazione si concentra (o dovrebbe concentrarsi) proprio sulle responsabilità dei leader, dei capi militari e politici, che, anche se lontani dal luogo di commissione materiale dei crimini, ne sono i primi responsabili in ragione della posizione di comando e controllo che detengono.

Taylor va ad aggiungersi infatti alla ormai nutrita lista di ex capi di Stato e di governo finiti negli ultimi anni nel mirino della giustizia internazionale: da Pinochet (oggetto di un mandato di arresto ma che si salvò dal processo per motivi di salute) a Milosevic (morto prima della condanna di primo grado) a Saddam (processato e mandato a morte a seguito di un processo dal dubbio rispetto delle garanzie processuali), e ancora Gheddafi (ucciso dai ribelli in Libia ancora prima di poter essere arrestato) e Al Bashir (nei cui confronti pende da anni un mandato di arresto della ICC, tuttora ineseguito).

Insomma la lista è ricca ma il quadro non è roseo. Quella di Taylor rappresenta in pratica la prima (da Norimberga) condanna di un ex capo di Stato per crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui uccisioni, stupri e reclutamento di bambini soldato.

Stando al summary of the judgment (il testo integrale della sentenza non è ancora disponibile), Taylor è stato condannato “aiding and abetting” ossia come complice dei gravi crimini da altri commessi in Sierra Leone. L’ex presidente non sarebbe quindi stato condannato per il suo ruolo di leadership, per avere organizzato e orchestrato i crimini, ma in base ad una forma di responsabilità secondaria.

Sul ruolo di Taylor nel conflitto in questione (reso noto dal film Blood Diamond del 2006) si è molto discusso dentro e fuori il tribunale. Se le sue responsabilità sono ormai accertate, lo stesso non può dirsi nei confronti di altri, in particolare libici, che avrebbero fornito armi ai ribelli – tra cui al RUP (Revolutionary United Front) del defunto Foday Sankoh – ossia ai diretti responsabili degli atroci crimini commessi, come la sistematica amputazione di braccia e gambe dei nemici: barbarie volte a seminare il terrore nella popolazione della Sierra Leone.

La condanna dell’ex presidente liberiano non è tuttavia l’unica pronunciata dalla SCSL. La corte – che non è un tribunale internazionale in senso proprio ma una corte ibrida – è stata istituita nel 2002 tramite un accordo tra il governo della Sierra Leone e l’ONU, con il mandato di perseguire “le gravi violazioni di diritto internazionale e di diritto interno (della Sierra Leone)” commesse a partire dal 30 novembre 2006. La SCSL, costituita da giudici internazionali e locali, ha sede in Sierra Leone, ove si celebrano tutti i processi, salvo quello a Taylor, spostato all’Aia per motivi di sicurezza.

Dodici, oltre a Taylor, sono gli accusati davanti alla SCSL. Tre sono morti, uno è latitante mentre gli altri otto stanno scontando la pena in Ruanda (in base a un accordo con la SL). Migliaia di criminali appartenenti al RUF e altri gruppi ribelli non sono stati tuttavia portati a giudizio né dalla SCSL o dalle corti nazionali.

Come affermato da Amnesty International, la condanna di Taylor è un passo fondamentale nel ricordare che nessuno è sopra la legge, ma le vittime stanno ancora aspettando giustizia. La riparazione delle vittime era stata infatti prevista dagli accordi di pace di Lomé ed era una delle chiare raccomandazioni della Commissione Verità e Riconciliazione (TRC) della Sierra Leone nel 2004.

Ancora peggiore è il clima di impunità che tuttora regna in Liberia, dove decine di migliaia di vittime attendono giustizia, come denuncia Leymah Gbowee, la attivista per la pace liberiana, premio Nobel per la pace 2011.

La condanna di Taylor è solo l’inizio.

Nella foto Charles Taylor nel 1997 (Lapresse)