Questa storia della responsabilità civile dei giudici è completamente priva di contenuto. È solo la voglia di rivincita di una classe politica con un tasso di criminalità da baraccopoli nei confronti di una magistratura che, talvolta, l’ha colta con le mani nel sacco. Salvo altri irresponsabili colpi di mano del Parlamento o cedimenti del governo, tutto è come prima. I giudici che sbagliano devono pagare, questo lo slogan di B&C; solo che era già previsto dalla legge 117/88 che sarà cambiata in pochissimi punti. Quella che allarma i cittadini perbene (e i magistrati) è la parte in cui si dice: “Costituisce colpa grave la violazione manifesta della legge e del diritto comunitario”. La vecchia legge prevedeva (accanto ad altri casi – che restano – di errori manifesti da cui, giustamente, deriva responsabilità del magistrato) “la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile”.
Chiunque capisce che le due formule sono equivalenti. Trattasi di ciò che la Cassazione ha sempre definito “colpa straordinaria e inescusabile, propria di chi omette di osservare non solo la diligenza del buon padre di famiglia, ma anche quel grado minimo ed elementare di diligenza che tutti osservano”.

Inoltre la nuova legge è ancora più attenta della precedente: perché il magistrato sia ritenuto responsabile della violazione di legge occorre valutare “il grado di chiarezza e precisione delle norme violate, e la scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto”. Insomma questo giudice deve proprio aver fatto una cazzata. E, se l’ha fatta, è giusto che risarcisca i danni. Su questo punto l’emendamento Pini (roba da “adesso ti faccio vedere io”) era autolesionista: il danneggiato (presunto) poteva citare in giudizio direttamente il giudice. Che, naturalmente, si sarebbe difeso con le unghie e con i denti (del resto il diritto è il suo mestiere) e che, soprattutto, possiede (in genere) poco denaro. Al danneggiato sarebbe rimasta la magra consolazione di pignorargli il quinto dello stipendio. Il governo ha conservato, per fortuna, l’obbligo di richiedere il risarcimento allo Stato che poi si rivarrà sul magistrato. Il che vuol dire che il danneggiato riceverà dallo Stato tutto quello che gli è dovuto; che il giudice restituirà con comode rate.

Qui, devo dire, sia la legge del 1988 sia quella proposta dal governo, sono carenti. Entrambe prevedono un limite alla restituzione allo Stato da parte del magistrato: fino a un terzo dello stipendio annuo (la legge dell’88) e nella misura di uno stipendio annuo (la legge nuova). Insomma, lo Stato può pagare 100 milioni di euro per via di un errore (grave, inescusabile, una cazzata) commesso dal magistrato; ma questi gli restituisce al massimo 60.000 euro (in media il suo stipendio annuo). Questo è inaccettabile. Nessun cittadino gode di una tutela del genere. Stiamo parlando di colpa grave, di errori inescusabili, violazioni di legge che nessun giudice dovrebbe mai commettere. Se le commette paghi; così come paga il medico che lascia la pinza nella pancia del paziente o l’ingegnere che sbaglia i calcoli del cemento armato, ragion per cui il ponte crolla. E non si venga a dire che, in questo modo, il giudice sarà intimidito dai potenti; è solo che non deve fare cazzate. Invece deve farsi una buona assicurazione. Che non sarà cara: ricordiamoci che si sta assicurando per le cazzate, non per opinabili interpretazioni di legge.

Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2012