Mio padre non ha mai posseduto un’automobile. Non avendo la patente, sarebbe stato alquanto strano. Per questo motivo, ricordo, ci siamo sempre spostati in treno e, siccome, lui era ferroviere (ora in pensione), ricordo di aver pensato, per anni, che invece di avere una di quelle cose a quattro ruote, noi eravamo proprietari di tante bellissime locomotive e vagoni.

Spesso, di domenica, andavamo a Cava de’ Tirreni per far visita a mia nonna materna e, ovviamente, ci arrivavamo in treno, con i vestiti della festa e i miei capelli ricci messi faticosamente in ordine dalle mani pazienti di mia madre. Quando arrivavamo in stazione correvo su per le scale, andavo alla biglietteria e mi alzavo sulle punte dei piedi per farmi vedere da quell’omone con gli occhiali che stava dietro al vetro e che immediatamente mi sorrideva. Giuseppe Vitaliano era mio zio e, come mio padre e mio nonno, era ferroviere. Per me tutto finiva lì. Nel mio mondo di bambina, lui condivideva con noi la proprietà dei treni che mi rendeva tanto speciale rispetto alle mie amiche, costrette ad accontentarsi delle loro automobiline.

Solo crescendo, ho saputo che lui, mio zio Peppino, era stato un “partigiano”. Solo crescendo, ho saputo che, anche grazie a lui, vivevo in un paese libero. Purtroppo non ho fatto in tempo ad ascoltare i suoi racconti, non come avrei voluto, ma so che il 25 aprile, per noi, è stato sempre un giorno da celebrare.

Ho imparato a cantare “Bella ciao” prima ancora di sapermi allacciare le scarpe e ascoltarla ancora mi commuove. Dovremmo saperla cantare tutti. Perché onorare i partigiani dovrebbe essere un dovere. Di tutti. Perché il fascismo era una gran brutta cosa e il nazismo peggio. E l’assenza di libertà totale e la miseria alla quale ci avevano ridotto Mussolini e i suoi, era uno stato ignobile e disumano. I partigiani ci hanno liberati da un’illusione, quella dell’uomo forte e populista, che si era trasformata in uno dei peggiori incubi della nostra storia.

Dai partigiani ho imparato che la libertà è in assoluto il bene più grande dell’individuo. La libertà e la convinzione di essere “qualcosa che vale” e non carne da macello. Dai partigiani ho imparato il senso della parola resistenza, quel sentimento che ti fa rifiutare persino ciò che appare inevitabile, con un moto di fierezza, anche se dentro hai paura e sai che puoi essere sconfitto da un momento all’altro. Dai partigiani ho imparato che non bisogna essere eroi o super dotati per cambiare la storia. Dai partigiani ho imparato che le donne, se vogliono, possono fare la differenza, al fianco degli uomini, in squadra con loro. Né capi né subalterni, ma partigiani e partigiane. Dai partigiani ho imparato che l’assenza di memoria può distruggere un popolo più di una bomba atomica. Dai partigiani ho imparato che la visione di un mondo migliore non passa per l’impossibile e l’irraggiungibile ma attraverso azioni piccole e concrete come abbattere un nemico. Dai partigiani ho imparato che spesso, il nostro peggior nemico, è la nostra indifferenza.

Dai partigiani e da chi, come mio padre e mia madre, me ne ha trasmesso la memoria, ho imparato ad essere una donna libera. Per questo onorerò sempre chi è partigiano. Chi non è indifferente.