Tutto da rifare. Il processo Cerberus, che, a partire dal 2008, ha riportato in primo piano l’infiltrazione della ‘ndrangheta a Milano, naufraga in Cassazione. Ieri notte i giudici della Suprema corte hanno “annullato con rinvio” la sentenza con cui la terza sezione della Corte d’Appello ha confermato le condanne  in primo grado a presunti esponenti delle cosche calabresi in Lombardia. L’11 giugno 2010, infatti, la settima sezione del Tribunale, presieduta dal giudice Aurelio Barazzetta, aveva inflitto pene da 5 a 9 anni a un’organizzazione mafiosa capeggiata da Salvatore Barbaro, giovane erede, secondo l’accusa, della cosca Papalia che per oltre vent’anni ha guidato l’avanguardia mafiosa sotto al Duomo. Erano gli anni dei sequestri di persona e dei grandi traffici di droga. Un romanzo criminale che a metà anni Novanta si concluse con decine di ergastoli e secoli di carcere. All’epoca, la magistratura, grazie anche all’apporto decisivo dei pentiti, mise un punto. Milano credette allo scampato pericolo. Sbagliava.

Nel luglio del 2008, infatti, il giudice per le indagini preliminari Piero Gamacchio firma nove ordini di arresto. I primi take di agenzia titolano: “Catturate le nuove leve del clan Papalia”. Il gip annota “intimidazioni” “danneggiamenti e incendi sui cantieri” e “minacce a mano armata”. Capo d’imputazione: 416 bis, ovvero associazione mafiosa. In carcere finiscono i fratelli Salvatore e Rosario Barbaro con il padre Domenico, Pasquale Papalia, figlio di Antonio, boss ergastolano. Assieme a loro l’imprenditore Maurizio Luraghi. E’ la prima volta che in Lombardia un imprenditore viene accusato di appartenere alla ‘ndrangheta. Anche per questo la procura di Milano parla di “nuova mafia” che entra “nel tessuto economico” e “in modo illegale ne trae beneficio”. Sul piatto, annota il gip nel 2008, “il controllo dell’attività di movimento terra nella zona sud ovest dell’hinterland milanese”. In aula, però, Luraghi sostiene il ruolo della vittima. Una strategia difensiva che il suo avvocato porterà (con successo) fin davanti ai giudici della Cassazione. “Anche se – aggiunge Vinicio Nardo – credo che i giudici abbiano attaccato l’intero impianto dell’accusa”. E dunque l’associazione mafiosa che, stando alle ipotesi difensive non esiste. Lo conferma anche Ambra Giovene, legale di Salvatore Barbaro. “C’è grande soddisfazione per questa decisione – aggiunge – , è un premio a un lavoro enorme, che molto, troppo spesso scorre nell’ombra e nella distrazione mediatica. Adesso leggeremo le motivazioni”. Ancora più drastico Gianpaolo Catanzariti, che difende Domenico Barbaro. “Fin dal primo grado c’erano forti dubbi sull’associazione mafiosa”. L’assunto da cui tutti i legali partono, pur avendo posizioni differenti nel merito, è quello di una illogica costruzione accusatoria. “Staremo a vedere”, conclude l’avvocato Giovene. 

L’accusa, nella fase preliminare, punta anche sulla “continuità associativa” gettando un ponte (lungo oltre dieci anni) con la ‘ndrangheta militare dei tre fratelli Papalia (Rocco, Domenico e Antonio). A fare da trait d’union, secondo il sostituto procuratore Alessandra Dolci, il matrimonio tra lo stesso Salvatore Barbaro e Serafina Papalia, figlia di Rocco.

Il primo grado arriva due anni dopo gli arresti. Ma già in quel giugno 2010 le premesse dell’accusa approdano in aula leggermente annacquate. Tanto che nella sua stessa requisitoria il pm quasi cancella l’argomento dei legami storici con i vecchi boss degli anni Novanta. Non solo, lo stesso magistrato rinuncia all’interrogatorio di un militare della finanza, tra i principali artefici dell’inchiesta, che in aula inciampa nelle sue dichiarazioni tanto da irritare lo stesso giudice. Poco più di un anno dopo (maggio 2011) la Corte d’Appello confermerà tutte le condanne.

Nel frattempo, però, a Milano è successo molto. Nel novembre 2009 il gip Giuseppe Gennari firma altri 17 ordini d’arresto. E’ l’operazione Parco sud che raccoglie e rilancia l’impianto accusatorio di Cerberus. Il processo si svolge con rito abbreviato. Tra gli imputati ci sono ancora i Barbaro. Maurizio Luraghi esce di scena. L’imprenditore sarà, invece, condannato (novembre 2010) in primo grado per la bancarotta della sua società.

L’escalation della procura di Milano è impressionante. Nel febbraio del 2010 il secondo tempo di Parco sud racconta i rapporti tra ‘ndrangheta, impresa e politica. Pochi mesi dopo, la mattina del 13 luglio, scatta il blitz Infinito: 160 arresti e una geografia mafiosa descritta in oltre 8oo pagine di ordinanza.

Insomma, il capoluogo lombardo si riscopre sotto assedio. Eppure, buona parte di queste inchieste, si basano proprio sull’operazione Cerberus. Un particolare di non poco conto, visto che il suo impianto adesso vacilla davanti alla decisione della Corte di Cassazione, il cui dispositivo non è ancora stato reso noto. Nel frattempo, il nuovo processo d’Appello riguarderà quattro persone: Salvatore e Domenico Barbaro, Maurizio Luraghi e Mario Miceli. Si riparte, dunque, dal giudizio di primo grado che ha condotto in porto la sola accusa di associazione mafiosa, visto che i capi d’imputazione che riguardavano le estorsioni e le armi sono caduti. Tra un mese saranno depositate le motivazioni della Suprema corte. E solo allora verrà fissata la data della prima udienza.