Schioperatu. È un nome stravagante quello che dall’estate del 2010 risulta iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Un nome che in realtà è una semplice copertura, un escamotage usato dai magistrati palermitani per celare l’identità del presidente del Senato Renato Schifani. Un accorgimento dovuto, quello rivelato dal quotidiano La Stampa, vista l’importanza del soggetto indagato per mafia.

Quando l’indiscrezione era finita sulle pagine dei giornali nel settembre del 2010 il procuratore capo Francesco Messineo aveva smentito la notizia riuscendo comunque a dire la verità. “Il nome del presidente del Senato Renato Schifani non è iscritto nel registro indagati di questa procura”, aveva detto consapevole di aver iscritto la seconda carica dello Stato dietro lo pseudonimo di Schioperatu. Nome questo inventato per metà: le prime tre lettere sono infatti derivate direttamente dal cognome Schifani, il resto invece è preso in prestito dal cognome di una persona indagata in precedenza e poi archiviata. La smentita di Messineo però era bastata al presidente di Palazzo Madama per ergersi al ruolo di vittima. “Prendo atto della smentita da parte del procuratore della Repubblica di Palermo – aveva detto Schifani – . Si tratta di accuse ripetute, infami e false, destituite di qualsiasi fondamento. Affermo la mia totale estraneità ai fatti riportati da certa stampa”.

Nonostante le parziali smentite però l’indagine per mafia su Schifani – Schioperatu esiste e continua ad andare avanti a Palermo dove i sostituti procuratori Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido, coordinati dagli aggiunti Ignazio De Francisci e Antonio Ingroia, lavorano nella massima riservatezza avviandosi a chiudere l’inchiesta. Una conclusione che non è ad oggi per nulla scontata.

L’indagine era partita  da una relazione della Direzione investigativa antimafia toscana, in cui si faceva cenno ad alcune dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. L’ex killer di Brancaccio aveva raccontato agli inquirenti di visite che Schifani, all’epoca avvocato amministrativista, avrebbe fatto nei capannoni della Valtras, l’azienda di trasporti di proprietà del suo cliente Pippo Cosenza. Negli stessi capannoni sarebbe stato presente anche Filippo Graviano, il boss delle stragi del 1993.

Alle accuse di Spatuzza si sono sommate nell’ottobre scorso anche quelle di un altro collaboratore di giustizia, l’ex boss di Ficarazzi Stefano Lo Verso, che testimoniando in aula al processo contro l’ex capo del Ros Mario Mori aveva raccontato: “Nicola Mandalà mi disse che avevamo nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano”.

Nicola Mandalà era il boss di Villabate che aveva curato fino al 2005 la latitanza di Bernardo Provenzano. Il padre, l’avvocato Nino Mandalà, è stato militante in Forza Italia e socio negli anni ’80 proprio di Schifani nella Sicula Brokers, società di brokeraggio assicurativo di cui facevano parte anche Enrico La Loggia, ex Ministro attualmente deputato del Pdl, e Benny D’Agostino, amico del boss Michele Greco poi arrestato per mafia. A Villabate Schifani è stato anche consulente per l’urbanistica del sindaco Giuseppe Navetta, alla guida del comune fino allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Secondo il pentito Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate, quell’incarico di consulente era stato concesso a Schifani grazie all’intercessione di Enrico La Loggia.

Agli atti dell’inchiesta sul presidente del Senato i magistrati hanno anche valutato se inserire un’intercettazione ambientale tra i due imprenditori Giovanni Li Causi (poi arrestato per mafia) e Franco Conti. Li Causi, ex gestore del bar dello stadio Renzo Barbera, parla di un’azienda di pulizie che sarebbe controllata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Un’azienda che riuscirebbe a vincere appalti “perché loro sono appoggiati politicamente, hanno un appoggio forte, ma forte, forte” spiega Li Causi. “Che appoggio?” chiede Conti. Li Causi risponde secco “Schifano”. Un nome che ricorda molto quello della seconda carica dello Stato. E questa volta cambia solamente una lettera.