‘’Egregio signore/a…’’, mi scrive l’Ordine dei Giornalisti di Palermo sollecitandomi il pagamento di due quote arretrate e ricordandomi, alla fine, che ‘’il pagamento delle quote condiziona l’appartenenza all’Ordine e, quindi, la possibilità di esercitare la professione. Ciò ai sensi delle norme di legge vigenti’’.

Ho pagato, naturalmente, ma il senso di estraneità vagamente minaccioso (e del tutto condiviso, senza, ovviamente, alcun sentore di minaccia) mi ha spinto a chiedermi a che (e a chi) serve oggi l’Ordine dei Giornalisti italiano, unico in Europa, insieme al Portogallo, nati, entrambi sotto il fascismo: di Mussolini, nel 1925, con l’art. 7 della legge sull’organizzazione dell’attività giornalistica, di Salazar fino al 1974, quando la corporazione Stampa-Arti Grafiche e Tipografiche si sciolse con la fine del regime dittatoriale per lasciare il posto allo statuto professionale. E’ un caso che Italia e Portogallo sono agli ultimi posti in Europa (insieme alla Grecia) per indice di lettura e copie di quotidiani diffuse?  Mentre i sacerdoti del pensiero liberale spingono Monti a cancellare gli ordini professionali e il Presidente dell’Antitrust pensa alle ‘’agenzie di valutazione’’, dentro i recinti degli organismi di categoria si discute di futuro dell’Ordine solo in funzione della sua sopravvivenza.  Ma nessuno risponde alla domanda: oggi, a chi serve l’Ordine dei giornalisti?

Non serve (e non è mai servito) a garantire la qualità del prodotto giornalistico, una soglia minima di decenza al di sotto della quale non si può più parlare di giornalismo. Non serve più, ai pubblicisti, che entro il 13 agosto dovranno essere cancellati dall’albo professionale, come prevede il decreto del governo Monti, sulla base di un principio banale ma sacrosanto: chi non ha superato l’esame di Stato non può essere iscritto all’albo professionale. Non serve ai citizen journalist, ai titolari di blog, alle migliaia di giovani colleghi senza tutela che ogni giorno si sforzano di raccontare questo Paese oltre i recinti corporativi dell’appartenenza professionale e che spesso vengono sanzionati ‘’per esercizio abusivo della professione’’. Non serve più sotto il profilo disciplinare, visto che il decreto Monti lo ha svuotato di questo potere, affidandolo ad un collegio esterno.  Non serve ai giornalisti, quelli veri, che non hanno bisogno di un Ordine arroccato a presidio di un’identità ormai virtuale e che negli anni hanno assistito alla mutazione genetica degli elenchi: oggi l’Ordine ha110.000 iscritti, il 70,7% sono pubblicisti, solo il 19 per cento ha un contratto di lavoro, 84 mila di essi sono sconosciuti all’Inpgi e dei restanti 26 mila, 6 su 10 hanno un reddito inferiore a 5000 euro lorde l’anno. Chi sono questi 84 mila e cosa fanno dentro il nostro ordine professionale? Gli resta, come giustificazione della sua esistenza, la formazione professionale, ma è solo un business, fallimentare sotto l’ aspetto didattico e, oggi, anche economico: a Bologna, dove la scuola esiste da anni, hanno sospeso l’ultimo corso, i candidati non ce l’hanno fatta a superare i test di cultura generale.

L’Ordine serve, invece (eccome!) ai suoi dirigenti nazionali, appesi ai compensi, alle poltrone e ai rimborsi spese di un sistema che ha perso per strada tutte le ragioni della propria esistenza alimentando nell’opinione pubblica il tasso di diffidenza verso i giornalisti, concepiti come una corporazione protetta dallo Stato. Oggi l’Ordine è senza idee e naviga a vista, rischia di trasformarsi in un peso morto, inutile (e anzi dannoso) per la promozione e lo sviluppo del giornalismo, una fabbrica di illusioni per un migliaio di giovani l’anno destinati alla disoccupazione e il rifugio di una casta corporativa in difesa dei propri privilegi, composta da 150 consiglieri che nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con la professione. Che l’Ordine sia inutile, lo sostenne, senza forse rendersene conto, anche il suo presidente, Enzo Iacopino, quando disse a Pino Maniaci che ‘’per fare il giornalista non occorre il tesserino’’.

E’ ora che gli organismi di categoria dei giornalisti comincino ad interrogarsi sul tema per non lasciare ai Belpietro, ai Bechis, a Bordin e Sansonetti il monopolio di un’azione che si rivelerà vincente molto prima di quanto si creda. E per questo ha fatto bene il presidente dell’Unci Guido Columba ad avviare un dibattito all’interno dell’Unione Cronisti diffondendo un intervento che gli ho inviato per mail.  La questione è chiara: l’onda di microfoni, telecamerine, blog e siti dà ragione a Iacopino: ‘’per fare il giornalista non occorre il tesserino’’. E  visto che non siamo stati capaci di riformarlo (il dibattito durato decenni non è approdato a niente), prima che quest’onda di precari spazzerà via un sistema che non serve a nulla se non ad ingrassare chi lo gestisce, scioglietelo. Lo vuole la maggioranza di elettori italiani, (più di otto milioni, il 65,5% dei votanti) che nel 1997 scelsero il “sì” al referendum, che purtroppo non raggiunse il quorum.

So perfettamente che lo scioglimento è invocato da tutto il centro destra, Cicchitto in testa, con un’ammucchiata di consensi cui partecipano convinti D’Alema e Fini, giornalisti professionisti, e perfino Beppe Grillo. Ma tra il rischio demagogico che apre inevitabilmente strade nuove e la certezza della paralisi che condurrà la ”casta” a spartirsi le spoglie dell’Ordine in una deriva di autocannibalismo, io scelgo il primo. Alla tutela continuerà a pensare la Fnsi, la fantasia legislativa troverà formule di controllo statale come in Francia, di libero associazionismo come in Norvegia, o di assenza totale di riconoscimento professionale come Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Regno Unito.

Oggi i tempi sono più maturi per un appello, rispettoso ma deciso, ai dirigenti dell’Ordine: consegnate gli elenchi al ministero della Giustizia e andate a casa. Il giornalismo ve ne sarà grato.