Strana storia quella di The Rum Diary-Cronache di una passione, atteso per anni e fortissimamente voluto da Johnny Depp, al quale si deve anche la pubblicazione (1998) del romanzo di Hunter S. Thompson alla base della sceneggiatura. Dopo rimandi, cambi al timone e incertezze distributive, l’omaggio programmatico all’opera e alla figura del padre del gonzo journalism si offre al pubblico con tare che vanno dallo stereotipo all’equilibrio mancato tra avventura picaresca a suon di sbornie e insegnamento morale.

Da fan devoto e amico fedele fino alla morte dello scrittore, avvenuta nel 2005, l’attore suggella un’operazione che si muove tra nostalgia e non poco narcisismo, partendo da un copione che vuole essere anche un apologo sull’importanza della fedeltà a se stessi. Un po’ esercizio calligrafico e un po’ restituzione forzata di un mondo che esiste solo nei racconti dei grandi, la pellicola è minata da uno sguardo opaco sotto al quale tutto, anche quello che c’è di buono, tende a perdersi. Ma non è solo la rappresentazione preconfezionata di una Puerto Rico vista come simbolo violato della speculazione del sogno americano a stonare, né la riproposizione di uno gruppetto di fattoni in cui l’acidissimo Giovanni Ribisi rischia di rubare la scena al padrone di casa. Inclinato sulla passione del giornalismo come missione, il film delude soprattutto per la sua eccessiva redazione, per una precisione di fondo a due passi dal calcolo, solo di rado risarcita dalle invenzioni di una regia attenta, ma inadatta al mood originale del racconto.

Dopotutto l’inglese Bruce Robinson, blasonato sceneggiatore e pigro regista di quattro film in venticinque anni, tra cui il rinomato Shakespeare a colazione, non aveva nemmeno tanta voglia di tornare dietro alla macchina da presa; voluto ancora una volta da un Depp anche produttore con la sua Infinitum Nihil, tiene in piedi con molle professionalità un quadro scenografico vintage, colorato e artefatto dove non è sempre facile sentire le pulsazioni della pagina thompsoniana. A quattordici anni da Paura e delirio a Las Vegas (1998), il vulcanico Johnny torna ad interpretare un alter-ego giovane dello scrittore infischiandosene dei suoi quasi cinquant’anni: una volta tanto libero di recitare senza pesanti trucchi, ma solo schermato da un paio di occhiali da sole, ci mette il cuore e un inconfutabile pizzico di maniera.