La parata militare per celebrare il centenario dalla nascita del “Presidente eterno”, Kim Il-sung ha centrato l’obiettivo: quello di attirare l’attenzione internazionale sugli armamenti nordcoreani. Sotto la lente degli esperti, tra i mezzi che sono sfilati sotto gli occhi del giovane leader Kim Jong-un, è finito un lanciatore mobile a sedici ruote per il trasporto di missili a medio-raggio.

Perché se il veicolo fosse made in China, come sembra, allora Pechino avrebbe violato le sanzioni contro Pyongyang dopo i test missilistici e nucleari del 2006 e 2009. L’ipotesi è stata rilanciata dal autorevole IHS Jane’s Defence Weekly.

Secondo quanto riferito dal settimanale, che cita fonti vicine al Consiglio di sicurezza (di cui Pechino è membro permanente) sarebbe già stata aperta un’indagine sui presunti aiuti cinesi al programma missilistico nordcoreano. “Sicuramente c’è stata una qualche forma di assistenza tra i due Paesi”, ha detto il segretario statunitense alla Difesa, Leon Panetta, rispondendo alle domande sui presunti scambi di tecnologia militare tra i due paesi asiatici. Il numero uno del Pentagono ha tuttavia declinato ogni ulteriore commento su informazioni “sensibili”. Di contro il Dipartimento di Stato ha rimarcato la propria fiducia nelle rassicurazioni cinesi di agire in conformità con quanto stabilito dalle risoluzioni Onu, smentendo inoltre di essere a conoscenza di una qualche inchiesta.

Per il professor Nick Hansen del Centro per la sicurezza e la cooperazione internazionale della Stanford University, intervistato da IHS Jane’s Defence, il lanciatore “è sicuramente cinese”, resta però da capire se la Corea del Nord abbia o no l’autorizzazione per usarlo. Il veicolo potrebbe essere stato venduto a un Paese terzo ed essere arrivato a Nord del 38esimo parallelo soltanto in un secondo momento. In alternativa, come ha spiegato Pieter Wezeman, membro dello Stockholm International Peace Research Institute, all’Associated Press, potrebbe essere stato venduto a Pyongyang per uso civile e poi riconvertito a scopi militari. Ipotesi condivisa anche da Baek Seung-joo, direttore del Korea Institure of Defence Analysis.

Una richiesta di chiarimenti alla Cina è arrivata dal governo sudcoreano che ieri ha annunciato il dispiegamento di missili capaci di colpire ovunque in Corea del Nord. Venerdì scorso, il fallito lancio di un razzo per portare in orbita un satellite ha fatto risalire la tensione nella penisola coreana. Per la comunità internazionale si è infatti trattato di un test missilistico a lungo raggio camuffato. Lunedì, in sede Onu, la condanna delle azioni nordcoreane è stata unanime e sostenuta anche dalla Cina. Pechino, sebbene sempre più riluttante, resta il principale alleato e partner commerciale del regime di Kim Jong-un. All’interno del mondo politico e accademico cinese le posizioni nei confronti di Pyongyang sono però diverse e non manca chi chiede di rivedere i rapporti con l’irrequieto vicino. Nelle settimane precedenti il lancio il governo cinese ha provato senza successo a far valere la propria influenza. Tuttavia, la scelta di Pyongyang di agire senza consultare Pechino non è rimasta senza conseguenze. Secondo quanto riferito dalla stampa giapponese, la Cina ha sospeso il rimpatrio dei rifugiati e dei disertori nordcoreani fermati al confine. “Se li rimandassimo indietro per loro sarebbe la fine”, ha spiegato un funzionario provinciale dello Liaoning allo Yomiuri Shimbun.

Lo scorso febbraio la politica cinese dei rimpatri aveva scatenato la protesta della società civile sudcoreana e spinto il governo di Seul a sollevare la questione all’Alto consiglio Onu per i Diritti Umani. Uno dei primi provvedimenti di Kim Jong-un, salito al potere quattro mesi fa alla morte del padre Kim Jong-il, fu inasprire le punizioni per chi fosse scappato dal Paese e per le loro famiglie. Nonostante ciò i tentativi di fuga verso Cina, Giappone e Corea del Sud non si sono fermati. Nelle settimane precedenti il lancio del razzo nordcoreano, in un gesto di distensione, il governo cinese ha consentito a cinque disertori rifugiati da mesi nell’ambasciata sudcoreana a Pechino di partire alla volta di Seul. Un cambio di strategia che, ha spiegato un altro funzionario al quotidiano nipponico, riflette l’insoddisfazione cinese per la scarsa attenzione di Pyongyang nei confronti della Cina.

di Andrea Pira