La Romania è uno dei due paesi ospiti (insieme alla Spagna) del prossimo Salone del Libro di Torino. In tale occasione verrà ristampato da Lite Editions Porno Bloc, rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (in edizione bilingue italiano/romeno, traduzione di Mihai Mircea Butcovan, “l’osservatore romeno” per eccellenza), il romanzo fotografico che scrissi nel 2009 con Marco Belli dopo un soggiorno a Bucarest.

Tra gli appunti che buttai giù in Romania e che non sono entrati nel romanzo, ho trovato questi:

Vai in un qualsiasi ufficio di collocamento e dimmi se quelli del Fronte della Salvezza Nazionale dicevano la verità sulla disoccupazione ai tempi del tiranno. Guarda la lunga fila dei senza lavoro. Battono i piedi, fumano, rumoreggiano. I più fortunati, quelli che del collocamento non se ne fanno nulla,svolgono due lavori al giorno mal pagati: guida turistica e tassista, magnaccia e venditore ambulante, contadino e assicuratore.

Vai a mangiare in un McDonald’s nel centro di Bucarest e dimmi se il pane dei cheeseburger è migliore di quello dei McDonald’s di Milano.

Vai in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell’89. Le loro case sono piene: per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il patrimonio artistico.

Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, evita le bande di cani randagi, evita le macchine.

Vai a scattare fotografie banali al Palatul Poporului, la casa del popolo, il Parlamento. L’edificio pubblico più grande al mondo dopo il Pentagono. Seimila stanze rivestite di marmo. Dodici piani, ottantasei metri di altezza, rifugi antiatomici, fontane. Megalomania d’annata. Di fronte, le facciate dei palazzi sono ricoperte da cartelloni pubblicitari con la gigantografia del volto sorridente di Beckham. Megalomania moderna.

Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. Aspetta un autobus che non arriverà mai. Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.

Vai a Bucarest d’inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che sono usciti dal sottosuolo. Vai dietro i loro passi. Ricordati, quando sarai a casa, di aver visto un moccioso di otto anni inalare colla Aurolac e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini. Migliaia di metri di sottosuolo riscaldato dai tubi dell’acqua bollente. Pavimento di fango e rifiuti umani. La reggia degli orfani rumeni. La più terribile conseguenza della rivoluzione (?) dell’89, il decreto di chiudere tutti gli istituti per minori dello Stato. Gretti minatori e perdigiorno del Fronte della Salvezza Nazionale che, sbarazzatisi del tiranno, accompagnavano cortesemente i figli di nessuno fuori dagli orfanotrofi.

Vai sul Dâmboviţa, sfoglia le pagine dei libri di storia. Soffermati sulla nota che dice che qui, nel 1640 vivevano centomila persone. Qui, in questo caotico groviglio di case e palazzi, seicentocinque chilometri quadrati, due milioni di abitanti.

Vai indietro con la memoria, va nel 1821, nel pieno della rivolta contadina di Tudor Vladimirescu. La prima manifestazione in Valacchia dei moti risorgimentali balcanici. Anteprima di Bucarest capitale, bulbi elettrici, lampade a petrolio.

Vai negli anni ’30, assorbi la rinascita economica e culturale della città. La Piccola Parigi. Emil Cioran, Eugène Ionesco, Mircea Eliade. Grandi pensatori di questa terra di contraddizioni. Paese latino dal carattere slavo, cristiano ortodosso che diventa nazista e poi, d’improvviso, quasi comunista.

Vai a sederti in un tavolino esterno dei café del centro. Osserva i passanti, il loro bagaglio di tradizioni, superstizione. Occhi dal fascino barbaro e oscuro. Gente allegra, disperata, scettica, rumorosa.

Vai a Bucarest durante la Pasqua ortodossa, quando la città è deserta anche di giorno e le donne dipingono le uova all’interno delle case, all’interno di un quadro domestico farcito di tappeti, ricami, tovaglie e paramenti.

Vai in cerca dei fasti del passato. Cerca tracce di sangue. Cerca gocce di speranza. Ricordati della nazionalizzazione, della colletivizzazione, il piano quinquennale, la politica estera indipendente dall’influenza sovietica, la modernizzazione. E poi ancora: i prestiti occidentali, l’austerità, le esportazioni di derrate alimentari, la corruzione, la securitate, la condanna a morte, l’esecuzione del Conducador e della consorte.

Vai a guardare i tuoi connazionali in giacca e cravatta accompagnati da principesse more in tacchi a spillo. Entra nelle discoteche. Varca la soglia del Club Maxx o del Why Not. Vai a giocare a biliardo al Casablanca o ad intrattenere gli studenti al Club A. Muoviti a passo di samba al Flamingo. Scegli l’intrattenimento serale che più ti aggrada: spettacolo teatrale, casinò, concerto, massaggi orientali. Sembra tutto facile e patinato. Le donne più belle della città nel modo migliore, più veloce, più economico.

Vai in giro per la fredda notte di Bucarest. Attraversa i quartieri di Amzei, Cismigiu, Lipscani. Segui le risate e il profumo stonato dei corpi sudati. Eccolo il Malibu, con le sue ninfette da striptease. Il Babes e il Lucky Love, sexy-club per stranieri avvinazzati.

Vai a zonzo fino all’alba. Aspetta sul ciglio della strada un taxi sgangherato. Guidato da un ometto orbo che, come i più fortunati reduci dell’89, fa due lavori: quando non guida aiuta la moglie a vendere merletti. La figlia è andata in Italia a fare la badante. Adesso la vogliono rimandare a Bucarest.

“Vai via e aspetta almeno trent’anni a tornare”. Sussurra il tassista davanti all’entrata dell’aeroporto.