Mentre in questi giorni i salotti buoni della politica e le aule parlamentari si sono infiammate sulla questione del beauty contest e frequenze tv, tutta un’altra Italia si è riunita per tre giorni a Bologna per dibattere della tv che verrà, l’altra tv che vive in rete, quella condivisa sui social network e fruita anche in mobilità grazie alle app e ai video visionabili su telefonini, smartphone e tablet.

Un esercito di piccoli nuovi editori digitali, videomaker e giornalisti, imprenditori della rete intenti ad accendere web tv, portali di informazione, media digitali informativi hanno preso parte a Bologna al meeting Punto it: le Italie digitali fanno il punto. Mai come quest’anno i numeri dimostrano che chi lavora in rete vuole scommettere sul proprio futuro professionale, con buona pace di una regolamentazione ancora poco chiara, modelli di business sperimentali e vari uccellacci del malaugurio che danno poco credito a questi movimenti digitali. Al meeting bolognese abbiamo registrato settecento accreditati che hanno dibattuto con oltre settanta esponenti di nuova e vecchia tv, con i grandi editori e con le eccellenze della rete: si è parlato (e discusso) di diritto d’autore e regolamentazione, di nuovi format e linguaggi, di sostenibilità economica. Nei barcamp abbiamo presentato settantacinque storie di successo, perché le chiacchiere stanno a zero quando i diretti protagonisti raccontano il loro progetto di un’altra tv data in pasto ad un’altra Italia.

Il mercato per come lo abbiamo fotografato con l’osservatorio Altratv.tv registra nel primo trimestre di quest’anno (dati aggiornati al 31 marzo 2012) 642 web tv accese in ogni angolo d’Italia, con alcune regioni che tirano la volata per densità di canali attivi: Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Puglia. Ad oggi questo mercato del video si stima un fatturato di 10 milioni di euro per 10.000 addetti ai lavori tra operatori diretti e indotto (fonte rapporto Netizen 2012). Una crescita dettata anche dalla riconversione professionale di tutte quelle figure prima impiegate nelle storiche emittenti locali “analogiche” falcidiate negli ultimi due anni dal digitale terrestre.

Il tasto dolente restano i modelli di business, ma è evidente che la scalabilità di questi progetti digitali li rende molto più competitivi e appetibili rispetto ai pachidermi della vecchia tv: oggi il 12% di queste antenne sul web ricevono un finanziamento dalla Pubblica Amministrazione per svolgere un ruolo di filo-diretto tra cittadini e istituzioni (erano però il 19% lo scorso anno) e l’80% ha all’attivo commesse con piccole e media imprese del territorio.

In questo blog da sempre ci occupiamo dei lavoratori digitali, i wwworkers italiani, e allora i numeri che abbiamo presentato a Bologna registrano di fatto come la rete stia compiendo una lenta ma graduale rivoluzione. Piccole scosse contribuiranno un domani a determinare un terremoto di forte magnitudo: oggi non sembra così, ci sono ancora solo timidi tentativi di business e i piccoli editori digitali sono spesso fagocitati dai network, ma occorre avere fiducia e capire che questa fase comporterà un cambio di passo.

Però attenzione: questo assestamento implica un’attività di ricerca non solo sui modelli di business, ma anche sulla regolamentazione. Durante il meeting e precisamente nella sua lectio Loris Mazzetti ha affermato: “L’informazione sulla rete deve darsi delle regole, altrimenti saranno altri a metterle e ci fotteranno”.