Comunicazioni cifrate, cellulari usa e getta, canali di comunicazione aperti con i narcos colombiani e albanesi. E soffiate sulle intercettazioni, arrivate da esponenti delle forze dell’ordine non ancora individuati, rendendo difficilissime le indagini. Il gruppo criminale colpito mercoledì da 33 arresti – 51 in totale gli indagati – era senza dubbio organizzato ai massimi livelli, ritratto di quella capitale divenuta terra di mezzo delle mafie, divisa tra le cosche tradizionali del sud e i gruppi emergenti locali.

Sono stati necessari tre anni di indagini condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri di Roma – su delega della Dda – per ricostruire pezzo dopo pezzo parte del complesso mosaico della mala romana. Ha basi solide nei quartieri tradizionali della cronaca nera degli anni ’70 – come l’immancabile Magliana, il Trullo e l’Infernetto – ma è in grado di muoversi rapidamente e silenziosamente sullo scenario internazionale. Basa il suo potere su una struttura piramidale ferrea, con a capo elementi che hanno guadagnato il “rispetto” criminale sul campo, spesso grazie a consolidati rapporti con le mafie.

Il vertice, secondo gli inquirenti, era retto dal romano di quarantacinque anni Nello Bolotti, poco noto alle cronache, e da Fortunato Stassi, un trapanese di 57 trapiantato da tempo a Roma, già condannato recentemente per associazione per delinquere di stampo mafioso. Il suo nome era apparso come un pezzo importante dei sistemi criminali romani nell’operazione degli anni ’90 “Green Ice” della Dda di Roma, che colpì un’organizzazione in grado di far arrivare in Italia 500 chilogrammi di cocaina ogni mese.

Nel 2009, quando l’inchiesta terminata tre giorni fa con i 33 arresti era ai primi passi, Stassi, insieme ad altri indagati in diverse operazioni coordinate dalla Procura romana, fu colpito dal primo provvedimento a Roma di sequestro preventivo di beni, per una cifra record di 130 milioni di euro. Un fiume di denaro che mostra il peso del narcotraffico nella capitale. Per gli investigatori trovare quel nome ancora attivo è suonato come un campanello di allarme. Nonostante la sua pericolosità ed una condanna per associazione mafiosa, Stassi era ancora in libertà, ai vertici dell’organizzazione scoperta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Roma.

Tra gli indagati appare anche Antonio Maria Rinaldi, un sessantenne romano ucciso in un agguato il 24 gennaio scorso, nel quartiere della Pisana. Ufficialmente era il titolare di una casa d’aste immobiliari della capitale, ma subito dopo l’omicidio si iniziò a parlare apertamente di agguato con modalità mafiose. Dopo gli arresti il quadro è apparso chiaro. Secondo le indagini dei carabinieri, Rinaldi era in realtà il contatto del gruppo criminale con i fornitori colombiani di cocaina, attraverso alcuni referenti dei narcos residenti in Spagna. Un ruolo centrale, tanto da inserire il suo nome nel gruppo ristretto della banda, composto – secondo la Dda – da 16 persone, accusate di associazione per delinquere finalizzata al grande traffico di stupefacenti.

Il livello dell’organizzazione è subito apparso elevato, fin dalle prime indagini. Gli appunti contabili erano cifrati, i numeri dei cellulari cambiavano continuamente e quasi sempre risultavano intestati a nomi di fantasia. Per comunicare i dati sensibili, il gruppo utilizzava sistemi di sicurezza particolarmente sofisticati. Di persona, in luoghi pubblici, al riparo da possibili intercettazioni, si scambiavano una parola chiave, che poi veniva utilizzata per decifrare i messaggi in codice scambiati via sms. Il sistema veniva utilizzato, ad esempio, quando si attivava una nuova utenza cellulare del gruppo, il cui numero veniva comunicato crittografato, per evitare l’attivazione delle intercettazioni telefoniche. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, il sistema è quello in uso abitualmente tra i narcotrafficanti a livello internazionale.

Le stesse intercettazioni ambientali sono state rese difficili da alcune talpe – non ancora individuate – che garantivano al gruppo le informazioni giuste: “Il rinvenimento delle predette microspie è da ricollegare ad allarmanti contatti che il gruppo può vantare con esponenti delle forze dell’ordine”, scrive il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare. Presenza di talpe confermata anche da una testimone chiave dell’indagine, che ha spiegato come il gruppo venne avvisato su un finto intervento dei vigili del fuoco organizzato da carabinieri per piazzare le cimici.