Scontri a Roma nel corteo degli Indignati

Blitz del Ros e della Digos, con arresti e perquisizioni, nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri avvenuti durante la manifestazione di Roma del 15 ottobre scorso. Le misure cautelari – 7 arresti domiciliari e 6 obblighi di firma, oltre a 14 perquisizioni – sono in corso a Roma, Teramo, Ancona, Civitanova Marche, Padova e Cosenza.

Le indagini – nei confronti di persone accusate dei gravi episodi di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale – sono state coordinate dal pool antiterrorismo della Procura di Roma e sono state condotte in stretta collaborazione dal Ros e dalla Digos di Roma, che negli ultimi mesi sono riusciti a identificare i soggetti che si erano resi responsabili di gravi violenze, devastando numerosi istituti bancari, esercizi commerciali, uffici del Ministero della Difesa, oltre ad avere incendiato numerose autovetture e un blindato dei carabinieri.

Quel 15 ottobre, ha spiegato il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, responsabile del pool dell’antiterrorismo, “c’è stata un’aggressione, preordinata e violentissima, contro i rappresentanti delle forze dell’ordine da parte di esponenti dell’area antagonista, dell’area anarchica e di rappresentanti della tifoseria ultras, in particolare della Roma e del Teramo”.

La Procura di Roma aveva sollecitato al gip la custodia cautelare in carcere per tutte le 13 persone. Il giudice ha, invece, disposto misure cautelari più graduate. Per questo la Procura farà ricorso al tribunale del Riesame per ribadire una misura “più stringente”. “Il lavoro svolto da Ros e Digos – ha affermato Capaldo – ha portato all’identificazione degli autori degli episodi più gravi degli scontri dell’ottobre scorso. In molti casi si è trattato di azioni volute e preordinate contro le forze dell’ordine”.

Alcuni di loro studiano, altri lavorano, la maggior parte, di età abbastanza giovane, è già nota agli investigatori dell’Antiterrorismo. Tra i soggetti coinvolti nell’operazione di Ros e Digos figurano esponenti della tifoseria ultras: due, in particolare, seguono i destini della Roma Calcio, altri sono frequentatori della curva del Teramo. Ci sono poi appartenenti all’area anarchica (uno si era reso protagonista di un fallito assalto alla sede di Finmeccanica a piazza Montegrappa) e al mondo No Tav (un ragazzo di Macerata). Tra gli arrestati c’è anche Davide Rosci, militante di Azione Antifascista Teramo e primo dei non eletti alle ultime elezioni comunali a Teramo nelle liste di Rifondazione Comunista. In provincia di Teramo sono altri tre ad essere stati posti ai domiciliari secondo quanto deciso dalla Procura di Roma.

Agli scontri di piazza San Giovanni, durante la manifestazione degli Indignati, hanno poi preso parte anche soggetti romani che in passato sono stati attivisti del movimento “Lotta per la casa”. Complessivamente i numeri di questa indagine dicono che sono stati 34 i provvedimenti restrittivi disposti dall’autorità giudiziaria per gli incidenti di metà ottobre e che 8 sono i soggetti già condannati in primo grado, alcuni anche a pene pesanti (tra i 4 e 5 anni di reclusione in abbreviato). Cinquanta i denunciati su cui Ros e Digos stanno sviluppando le indagini. “L’esito dell’operazione di oggi – ha precisato l’aggiunto Giancarlo Capaldo – non è un punto di arrivo, ma un ulteriore step di un’attività che punta a individuare altre responsabilità”.

Polizia e carabinieri hanno sequestrato pugni di ferro, machete e coltelli. “Si tratta di soggetti che non sono caduti dalle nuvole quando ci siamo presentati per le perquisizioni – ha precisato Lamberto Giannini, dirigente della Digos – Abbiamo recuperato del materiale che conferma la presenza degli indagati nei luoghi degli incidenti”. “Le immagini di quegli scontri – ha aggiunto il colonnello Massimiliano Macilenti, del Ros – sono state analizzate nel dettaglio con pazienza certosina. In questo modo, abbiamo sviluppato cronologicamente la condotta di alcuni indagati, dall’inizio della manifestazione fino al momento degli incidenti e anche nella fase successiva. Così siamo riusciti anche a ricostruire la loro personalità”. Dalle indagini è emerso che alcuni degli indagati agivano secondo un “modus operandi” ben preciso: “Hanno acceso i fumogeni un attimo prima di procedere alla devastazione – è stato spiegato – oppure si sono cambiati d’abito al momento degli incidenti per non farsi riconoscere”.