Notizie dal fronte Marlane Marzotto, lo stabilimento del cosentino al centro di una vicenda giudiziaria per il lungo elenco di ex lavoratori che hanno contratto patologie tumorali, e in decine di casi ne sono morti.

La notizia è che il processo, iniziato nell’aprile 2011 e rallentato da numerosi rinvii, si sta sbloccando. Dopo l’udienza di oggi, il tribunale stabilirà quali parti ammettere e nell’arco di pochi giorni potrebbe dare la parola a periti e testimoni. Che sono tanti, come tante sono le vittime di quella che Mara Malavenda, dell’esecutivo nazionale Slai Cobas – unico sindacato che dall’inizio ha sostenuto gli ex operai – ha definito una vera e propria strage.

E’ una notizia perché gli ex operai e i loro familiari aspettano risposte da decenni: i decessi tra i lavoratori della Marlane sono iniziati nel ’73, ma le indagini sono partite nel ’99 e solo dopo oltre dieci anni – e tre tentativi di archiviazione – si è avuto il rinvio a giudizio per i 13 imputati, tutti ex dirigenti e responsabili dello stabilimento.

Ma allo stesso tempo non fa notizia, sui media nazionali non c’è n’è quasi traccia. Eppure la vicenda è seria quanto i più noti casi del Petrolchimico di Porto Marghera, del processo Eternit, di quello della Thyssenkrupp. Lo si intuisce anche dai nomi degli avvocati del collegio difensivo, assolutamente bipartisan: da Nicolò Ghedini allo studio del sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Seria per persone coinvolte, il cui numero non è possibile quantificare, dato che nel 2006 nei pressi della fabbrica è stato rinvenuto materiale tossico interrato, tra cui anche cromo esavalente – cancerogeno per l’uomo –, così che alle accuse di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose si è aggiunta quella di disastro ambientale.

Seria per la gravità delle situazioni testimoniate dagli operai, che parlano di un spazio comune a più reparti in cui confluivano tutte le sostanze connesse alla lavorazione, dall’amianto sprigionato dai freni dei telai ai fumi emessi dai coloranti applicati in vasche aperte. Oggi nebbia in val Padana era il saluto che si scambiavano quando i fumi erano tali da non permettere loro di vedersi.

E poi perché si continua a morire. Gli ultimi due decessi in coincidenza dell’udienza del 30 marzo. I loro di nomi non compaiono da nessuna parte. Sembra non interessino a nessuno.