La cronaca ci ha regalato ultimamente numerosi episodi di forme accese di odio su Internet. È noto il caso del giocatore Patrice Muamba, camerunense in forza al Bolton, nella Premier League inglese, che si è accasciato in campo durante la partita contro il Tottenham a causa di un infarto.

Muamba, di lì a breve, ha stupito il mondo per uno straordinario e velocissimo recupero. Ma il suo caso ha fatto parlare anche per un episodio indiretto scaturito dal suo malore. Mentre il calciatore era boccheggiante in campo, un tifoso gallese, Liam Stacey, esultava su Twitter con messaggi razzisti e rispondeva con lo stesso tono a utenti che gli scrivevano indignati. Stacey, successivamente, è stato individuato e condannato a 56 giorni di carcere con una sentenza che ha diviso l’opinione pubblica ma che, per la prima volta, ha confermato il carattere “pubblico” di un media come Twitter.

Anche se è difficile da immaginare, un episodio peggiore è accaduto, sempre in Inghilterra, solo pochi giorni fa. Jordan Agar, un ragazzo di Tutbury, nelle Midlands, muore il giorno dopo il suo sedicesimo compleanno andandosi a schiantare su un muro con la sua macchina – aveva preso la patente solo il giorno prima. Bridget, sua madre, già distrutta da un dolore terribile, si è dovuta confrontare con uno scherzo di orrido gusto. Degli anonimi avevano creato un falso profilo Facebook a nome del figlio scomparso. Non solo: da questo account hanno contattato direttamente la madre di Jordan scrivendole messaggi come “Non sono morto davvero”; inviando dei fotomontaggi osceni e, addirittura, invitandola a un party per il figlio morto. Naturalmente, vista la gravità di tale “trollismo”, le autorità sono subito intervenute mettendosi alla ricerca dei crudeli autori del sadico scherzo. Facebook, invece, ha immediatamente cancellato il profilo dichiarando: “Non c’è spazio per il trolling su Face-book”.

I responsabili ancora non sono stati individuati. La vicenda però, ha riportato in auge la spinosa questione dei comportamenti molesti sul web, quella appunto, dei “troll”. Badare bene, quando si usa questa definizione, non ci si riferisce ai terribili personaggi de Il signore degli anelli. Per “troll” si intende, piuttosto, “un piccolo e ben identificato segmento di utenti web che scrivono post provocatori e offensivi per ottenere una specifica reazione” (definizione del Guardian). Casi di troll in azione, sono numerosi anche in Italia: il più noto, ma non certo l’unico, è il caso di un gruppo Facebook, (poi chiuso) chiamato “giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Per individuare meglio la fattispecie, abbiamo voluto individuare le categorie del “trollismo”.

1) Troll puri. Intervengono in ogni discussione spostando in continuazione i termini del dibattito per il solo gusto di farlo. Sono sempre tenaci e quasi sempre la discussione termina tirando in ballo la Germania nazista. Raramente offendono: sono fastidiosi, ma in fin dei conti inoffensivi

2) I disturbati. Come nel caso di Jordan o dei bimbi down, sono personalità sadiche che hanno grande soddisfazione dell’eco mediatica che suscitano. Sono pochi ma le loro scorribande molto “rumorose”. Solo il deterrente di conseguenze penali può intimorirli.

3) I flamer. Così sono detti quei troll che si lasciano andare in insulti (come il caso di Stacey). Imperversano nei momenti di cronaca, durante episodi di decessi o di violenze. Sono personalità che hanno una percezione aumentata della distanza che crea qualsiasi comunicazione via schermo, e non percepiscono appieno il peso delle loro azioni. Il flamer, a ben guardare, a seconda dei casi può essere nascosto dentro ognuno di noi. È bene saperlo: almeno possiamo provare a dare il nostro piccolo contributo per abbassare il livello di odio su Internet.

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Il Fatto Quotidiano, 20 Aprile 2012