La riforma del lavoro continua a cambiare e ora, par di capire, in Parlamento potrebbero allentarsi ulteriormente i vincoli all’abuso di lavoratori precari. Ma la posizione del governo italiano sull’art. 18 muove da due presupposti falsi.

Il primo è che il mercato del lavoro italiano sia eccessivamente rigido, o addirittura tra i più rigidi dell’Occidente. È vero il contrario: secondo il più recente indice Ocse sui regimi di protezione dell’impiego, l’Italia è al 10° posto per flessibilità (su 46 Paesi considerati) ed è al livello di Danimarca e Irlanda. Le “riforme” del mercato del lavoro attuate dal pacchetto Treu alla legge 30 hanno esteso gli impieghi precari e non a tempo indeterminato.
Michele Raitano, della Sapienza di Roma, ha osservato come si sia verificata una “riduzione costante delle nuove entrate a tempo indeterminato”: se la quota di neoassunti con un contratto di questo tipo nel 1998 era il 56 % del totale, 10 anni dopo questa percentuale era crollata al 41 %.
Ma anche per gli assunti a tempo indeterminato la vita lavorativa è stata tutt’altro che “monotona”: poco meno del 33 % di coloro che nel 2004 erano occupati a tempo indeterminato hanno sperimentato entro il 2009 la perdita di tale status. Insomma, in Italia la “flessibilità in uscita”, garbato eufemismo che sta per “libertà di licenziare”, non solo esiste, ma è molto praticata.

Il secondo presupposto falso, sostenuto anche da Emma Marcegaglia, è che la flessibilità abbia effetti positivi sull’occupazione. In realtà la maggior parte degli studi recenti al riguardo smentiscono questo assunto. Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, in uno studio sulla disoccupazione in Europa ha dichiarato che “le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente scorrelate dalle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi”. Ma dovrebbe essere soprattutto l’esperienza italiana a dimostrarci che la precarizzazione nel migliore dei casi crea cattiva occupazione: cioè malpagata ed effimera.
I lavoratori precari guadagnano in media 14. 500 euro all’anno, contro i 21.000 euro dei dipendenti del settore privato. E il temporaneo aumento dell’occupazione che si è avuto in Italia nei primi anni dello scorso decennio ha ceduto il passo in breve tempo a un forte aumento della disoccupazione. Questo è avvenuto perché la precarizzazione è nemica della produttività e della competitività.

Quanto alla competitività, in un recente rapporto del Centro Europa Ricerche si legge: “Dalla seconda metà degli anni Novanta, il grado di flessibilità del mercato del lavoro è sensibilmente aumentato, determinando, fra l’altro, una segmentazione del mercato [tra lavori precari e no]… Già dall’inizio degli anni Novanta, l’adozione di nuove regole salariali ha inoltre attenuato la crescita salariale, in particolare depotenziando i meccanismi di indicizzazione dell’inflazione. Da ciò non è però disceso alcun guadagno di competitività”.

Quanto alla produttività, nel periodo considerato ha avuto un andamento decrescente: è cresciuta appena dell’1,7 % negli anni 1992-2000, ed è stata addirittura nulla dal 2000 al 2008. I profitti, invece, dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil che come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni del nuovo millennio. Ma quei profitti non sono stati reinvestiti che in minima parte in ricerca e sviluppo tecnologico: e questo proprio a causa del fatto che la disponibilità di manodopera precaria a basso costo rendeva inutile – in apparenza – quel genere di investimento.

Ciò ha concorso a far regredire il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, caratterizzata da una produttività del lavoro insoddisfacente e imperniata sulla competizione di prezzo, anziché su qualità e contenuto tecnologico dei prodotti. Qui va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro Paese nei primi dieci anni del nuovo millennio. Dopo il recupero post-1992 e l’exploit successivo all’ultima svalutazione competitiva (1995), dal 1999 al 2009 la crescita complessiva dell’economia italiana è stata appena del 5, 5 %, mentre i Paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13, 5 %. Negli anni successivi la situazione è peggiorata.

Con l’indebolimento dell’art. 18 si compirebbe quindi un ulteriore passo su una strada che si è già dimostrata fallimentare. Le conseguenze immediate sarebbero più licenziamenti (con misero indennizzo) per motivi economici e un ulteriore crollo della domanda interna dopo quello già provocato dalle misure di austerità. Quelle di più lungo periodo sarebbero un ulteriore colpo alla produttività del lavoro, alla competitività e alla crescita.

Il Fatto Quotidiano, 19 Aprile 2012