Fanno quasi tenerezza questi leghisti che si comprano oro e diamanti come la bisnonna gli aveva detto di fare perché “non si sa mai”. Poi se li tengono non più sotto il pagliericcio della cascina ma in una cassetta di sicurezza della banca, magari tanzaniana (chissà cosa ne pensa Borghezio, di questa fiducia nei nègher per mettere al sicuro i soldi).

Se vogliamo però guardare 50 centimetri oltre la punta del nostro naso dobbiamo spiegare come l’ascesa di politici intellettualmente svantaggiati, da Umberto Bossi a Sarah Palin, sia stata possibile. Come mai la loro personale incapacità di mettere insieme due frasi sensate è diventata un punto di forza anziché una ragione di esclusione dalla competizione democratica? La risposta è che viviamo nell’età dell’Ignoranza al potere, una lunga stagione di cui possiamo datare con precisione l’inizio: il 4 maggio 1979 quando Margaret Thatcher divenne primo ministro inglese. La crescita fino a diventare un fenomeno mondiale iniziò poco dopo, il 20 gennaio 1981, quando Ronald Reagan divenne presidente degli Stati Uniti. In Italia, non c’è bisogno di dirlo, nella primavera 1994.

Perché gli Umberto Bossi e i George W. Bush non sarebbero potuti apparire prima del 1979? Perché ai politici erano richieste capacità intellettuali e un bagaglio culturale che questi personaggi non possiedono. La Thatcher era in possesso di due lauree ma il suo modo di di ragionare manicheo era, secondo lo psicologo dell’università di Harvard Howard Gardner, simile a quello di un bambino di 5 anni. Reagan era un ottimo attore ma prima di incontrare i capi di stato stranieri andava dalla chiromante. Coloro i quali avrebbero dovuto garantire la non-ignoranza nell’attività di governo sono stati utilizzati da allora per abbellire e giustificare l’avidità, la frode, la follia finanziaria che hanno condotto alla situazione attuale.

La caratteristica della modernità europea era il fatto che le borghesie industriali nascenti non potevano affidarsi a degli imbecilli per gestire la propria ascesa e avevano delegato il compito di governare ad alcuni grandi imprenditori (Andrew Mellon fu il segretario al Tesoro degli Stati Uniti dal 1921 al 1932) o a politici che venivano dallo stesso ambiente, fedeli al paese ma anche alla loro classe sociale e a un ideale di accorta gestione della cosa pubblica.

La legittimità del dominio, nel XIX e XX secolo, veniva accertata attraverso la capacità di direzione: prima attraverso il frequentare le scuole giuste (Eton, Oxford e Cambridge in Gran Bretagna, Harvard e Yale in USA, le Grands Ecoles francesi, l’università di Tokyo in Giappone) poi dimostrando le proprie abilità nell’impresa, nell’amministrazione o nel governo. Talvolta dei politici si facevano strada attraverso percorsi anomali ma venivano prontamente circondati di collaboratori che “sapevano il mestiere”, ovvero cosa un governo può fare e cosa non può fare.

Con Reagan e Thatcher si perseguì la separazione tra competenza e governo, che aveva la sua origine in quella che Christopher Lasch definì la “rivolta delle élite” contro i vincoli posti loro dagli stati nazionali. Le élite cosmopolite americane e inglesi decisero, negli anni Settanta, che non era più necessario pagare i prezzi del governare sobbarcandosi la fatica della direzione della società attraverso gli strumenti delle democrazie nazionali: la globalizzazione permetteva di usare strumenti indiretti per costringere gli stati ad adeguarsi alle politiche da loro preferite. L’interdipendenza economica rendeva possibile governare attraverso il caos, cioè lasciando ai governi il compito di rincorrere l’economia mondiale adattandovisi o pagando un prezzo spaventoso.

Nella logica delle corporation transnazionali, che un paese sia ben gestito o mal gestito non ha alcuna importanza: l’unico interesse è cosa si può ottenere dal suo governo, quindi i politici ignoranti e corrotti sono i benvenuti. Sconti fiscali? Sussidi? Forza lavoro a basso costo? Possibilità di operare al di fuori delle regole esistenti altrove? Accesso all’economia criminale? Tutto questo, e molto altro ancora, può essere ottenuto, creando, o comprando, i politici che accetteranno docilmente le richieste: gli effetti sulla particolare comunità che viene scelta non hanno alcuna importanza. A differenza di quanto accadeva prima di Thatcher e Reagan, le sorti dei cittadini di Torino o di Detroit non interessano oggi alla Fiat più di quanto la salute degli abitanti di Bhopal interessasse alla Union Carbide prima del 1984. Questo è il palcoscenico su cui si sono mossi i politici dediti all’arraffa-arraffa, è bene non dimenticarlo.

Questo post è un adattamento del capitolo 9 del volume “L’età dell’ignoranza. E’ possibile una democrazia senza cultura?”, in libreria da oggi.