Il sistema di relazioni poco limpide tra Protezione Civile e Grandi Eventi, che oggi si ricorda tanto perché legato a L’Aquila, fu collaudato per la prima volta nel 2004, in Sicilia, a Trapani. L’occasione fu l’organizzazione delle regate della Louis Vuitton Cup tra la fine di settembre ed i primi di ottobre del 2005, gare preliminari alla sfida valenciana della Coppa America di vela del 2007.

Sotto gli occhi della Protezione Civile a Trapani, mafia e imprese poterono colloquiare, e le imprese poterono liberarsi di rifiuti inquinanti. Lo dimostrano un paio di processi. Trapani fu per un paio di giorni capitale della vela mondiale e per quei pochi giorni di “festa”, a cominciare dal settembre del 2004, furono stanziati e spesi quasi 70 milioni di euro per “allestire” il porto della città. Il governo Berlusconi nel settembre 2004 approvò il relativo decreto con il quale non solo si individuava la Protezione Civile come soggetto attuatore dei lavori, ma si stabiliva che gli stessi lavori venissero appaltati e avessero inizio nelle more del rilascio delle autorizzazioni.

Regista “politico” di tutto l’allora sottosegretario all’Interno, il senatore trapanese del Pdl Tonino D’Alì. A Roma ad occuparsene, al solito, il potente sottosegretario alla Presidenza, Gianni Letta. Come finì? Bene per le gare e per la ribalta internazionale di Trapani. Ma finì anche male, ci furono delle indagini che fecero scoprire come la mafia trapanese, quella diretta da Matteo Messina Denaro, riuscì a imporre le proprie aziende per le forniture alle imprese che si appaltarono quei lavori.

E oggi, a sette anni dalla conclusione di quelle gare, la parte più importante di quei lavori (la costruzione delle nuove banchine per 40 milioni di euro) resta incompiuta e quello che è stato fatto è avvenuto compiendo gravi violazioni ambientali. E’ raccontato in una sentenza che riguarda imprenditori, funzionari pubblici di Autorità Portuale, di Provincia, e del Genio Civile opere marittime, e che ha elencato una incredibile serie di malefatte a proposito di traffico illecito di rifiuti, smaltimento di residui di lavorazione, violazioni ambientali, anche l’esecuzione di opere del tutto abusive. Tutto questo quando a vigilare erano importanti istituzioni come la Protezione Civile, all’epoca “targata” Bertolaso, e la prefettura.

Le relative indagini hanno portato al processo alla cui conclusione il gup ha dovuto riconoscere a tanti imputati la prescrizione dei reati e solo per pochissimi ci sono state pronunce di assoluzione. Pronta da parte di qualcuno la critica alla magistratura, la sua azione è stata definita con il famoso detto shakespeariano “tanto rumore per nulla”. Il giudice che ha pronunciato questa sentenza, il gup Lucia Fontana, ha ora depositato le motivazioni, suggerendo che è “inutile scomodare Shakespeare”: “Dagli atti infatti emergono una pluralità di vicende di indubbio rilievo penale, come il traffico illecito di rifiuti, i materiali provenienti dai lavori erano rifiuti speciali e non assimilabili alle terre di scavo, taluni risultano rifiuti speciali pericolosi”. Una Protezione Civile decisamente poco “protettiva”: d’altra parte il patron della Protezione Civile Bertolaso all’epoca si fece vedere a Trapani rarissime volte, per riunioni veloci, e poi si sarebbe andato ad occupare della sua barca vela che teneva in un cantiere della città.