“Il mio è stato il più spettacolare e sofisticato attacco politico mai commesso in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale”. Anders Behring Breivik, 33 anni, colpevole di aver sterminato 77 persone a Oslo e all’isola di Utoya il 22 luglio scorso, è apparso ieri  per il secondo giorno consecutivo davanti alla Corte che dovrà condannarlo.

Lo show della follia si è ripetuto. Lucido, spietato, capace di intendere e volere come di commuoversi solo pensando alla grandezza della propria “impresa”, non certo per le vittime: “Non erano ragazzi incolpevoli, proprio no”, ha detto spiegando che “non si trattava di civili, di bambini innocenti, ma di attivisti politici che lavoravano per il multiculturalismo, ho agito contro un campo di indottrinamento per attivisti politici, i comunisti più estremisti di tutta la Norvegia: uccidere settanta persone può impedire una guerra civile, sono stati attacchi preventivi in difesa dell’etnia norvegese”.

Nella sua visione del mondo distorta dal male più banale e quindi più pericoloso il campeggio dei giovani del partito laburista “era una versione marxista della gioventù hitleriana”. Fossero stati i ragazzi di Hitler, però, avrebbe banchettato con loro. Invece di piombargli addosso, mitra in pungo, inseguirli e massacrarli senza pietà per ore, ignorando qualsiasi implorazione. Due giorni di processo, rilanciati in diretta planetaria, hanno permesso a Breivik di salire sul palcoscenico mondiale e come un esperto di codici dell’informazione ha fatto tutto quello che doveva fare, recitando la sua parte senza una sbavatura, a partire dal pugno stretto, prima battuto sul petto e poi mostrato a braccio teso, saluto fascista della sua fantomatica organizzazione che si ispirerebbe ai templari.
Perché – dice Breivik sotto le luci dei riflettori di un’informazione affascinata fin quasi a un’orrenda mitizzazione del criminale – “io sono collegato ad altri due in Norvegia che fanno parte dei cavalieri templari: anche loro come me sono indipendenti e agiscono come cellule, per cui, in totale, ci sono tre cellule”.

Crede di esserci riuscito Breivik. Dopo due giorni di processo, crede che abbia vinto la sua folle lucidità, è convinto di aver terrorizzato ancora la Norvegia. Altri due come lui a piede libero? Per le strade di Oslo pronti a colpire di nuovo? Sorride Breivik in aula, davanti alla Corte, nessun timore per la condanna, lo ha detto il giorno prima di non riconoscere l’autorità che lo sottopone a processo. Questo non gli impedisce di avanzare una richiesta: “Chiedo la mia assoluzione”. Perché rifarebbe tutto: “Ho agito in una situazione di emergenza, in nome del mio popolo, della cultura del mio Paese. Lo rifarei”. In questo assurdo show non poteva mancare l’indicazione di un ideale pantheon di padri ignobili. Così accanto a Hitler e ai cavalieri templari Breivik rimanda anche a Osama bin Laden: “Noi ci siamo fatti ispirare da al Qaeda e dai militanti islamisti. E si può ben considerare al Qaeda come il gruppo militante di maggiore successo esistente al mondo”. Ma nella sua contraddizione senza fine, punta il dito contro l’islamismo: “Il fiume di sangue provocato dai musulmani in Europa va fermato”. E ancora: “Il multi-culturalismo è un’ideologia autolesionistica”.

Ossessivo ai limiti della compulsività nei gesti, si aggiusta spesso il colletto della camicia, Breivik, mentre espone e mentre ascolta, si sistema le maniche, più volte. Vuole apparire elegante, credibile come un capo di Stato che parla al suo Paese e al mondo: “Noi nazionalisti alla fine vinceremo e sarà la fine del dominio dell’estrema sinistra. Quando la via pacifica è impossibile la rivoluzione violenta è l’unica via. Morire per la causa non mi spaventerebbe, sarebbe un grande onore. Come non mi spaventa il carcere, io sono nato in una prigione in cui non è possibile esprimere liberamente le proprie opinioni”. Ed è proprio questo il punto in cui Breivik perde la sua partita, il punto in cui crolla miseramente il teatrino del suo spettacolo: sotto i colpi di civiltà dell’avanzata democrazia nordica di Norvegia, che non solo sostituisce un giudice non togato che si era espresso in passato a favore della pena di morte, ma permette anche, al mostro, di parlare ininterrottamente per un’ora.

Il Fatto Quotidiano, 18 Aprile 2012