La realtà, si dice, supera la fantasia. E’ il caso di Vittorio Sgarbi, fondatore in Sicilia di una lista civica che si chiama ‘’Concorso esterno’’, come il reato inventato da Falcone e Borsellino per configurare il sostegno a Cosa nostra. Reduce dal flop della sua precedente sindacatura a Salemi (dove il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose), il più irascibile tra i critici d’arte è tornato in Sicilia per conquistare nuovamente la poltrona di sindaco nella cittadina normanna di Cefalù. E che ha combinato? Prima si è trovato come sponsor l’albergatore Giuseppe Farinella, detto Giusi, condannato nell’89 per associazione mafiosa, e cugino di un omonimo boss di Cosa nostra in carcere per le stragi siciliane del ’92. E poi, per rispondere alle critiche di un quotidiano nazionale che denunciava il rischio di una Cefalù trasformata in Mafiopoli, è comparso a piazza Duomo e ha chiesto ai suoi fans di sottoscrivere la paradossale lista denominata come il reato dei colletti bianchi, che ha raccolto in poche ore ben 400 firme.

Una trovata provocatoria, ha spiegato Sgarbi, che vuole essere un’ ‘’autodenuncia’’ pubblica a sostengo del suo nuovo soggetto politico: il Partito della Rivoluzione, paladino dei perseguitati della giustizia italiana. Fulcro della proposta politica? Semplice: la chiusura dell’emergenza mafiosa. Sentiamo Sgarbi che illustra il perché: ‘’La mafia non ha il potere che aveva vent’anni fa, come il nazismo. Certo, ci sono ancora i nazisti, ma il nazismo è morto. La mafia ha perso, ed evocarla è un crimine contro i cittadini e la Sicilia. Smettiamola col vittimismo e la criminalità’’. E per ribaltare quello che definisce il ‘’vittimismo’’ dell’antimafia giudiziaria, Sgarbi non trova di meglio che trasformare il ‘’concorso esterno’’ in uno slogan degli indagati mafiosi e dei candidati che difendono la loro causa. Così facendo, irrompe a gamba tesa nella querelle politico-giudiziaria aperta sull’efficacia del 110 e 416 bis, dopo che il pg della Cassazione Francesco Iacoviello lo ha definito un reato ‘’al quale non crede piu’ nessuno’’. Lui, il critico prestato al Partito della Rivoluzione, dimostra di crederci, eccome, a quelle due paroline magiche: ma non come strumento efficace per combattere le infiltrazioni mafiose. Per Sgarbi il concorso esterno è niente più che un marchio, i pubblicitari direbbero un ‘’brand’’, in grado di garantire facile grancassa, scandalo immediato e grande visibilità.

Nessuno aveva mai osato tanto. Nel dibattito sull’efficacia dell’accusa di fiancheggiamento alla mafia sono intervenuti, nei giorni scorsi, autorevoli magistrati, politici e giuristi: da Ingroia a Caselli, da Macaluso a Fiandaca. Lui, Sgarbi, ha stravolto il confronto a modo suo: trasformando la questione giuridica in un’invenzione di marketing politico che ora promette di fare il giro della Sicilia. Dopo le scorribande a Salemi e a Cefalù, infatti, l’irrefrenabile critico d’arte è approdato anche ad Agrigento, dove appoggia il candidato sindaco del Pdl Salvatore Pennica, detto ‘’pilu russu’’ per la fulva chioma. Si tratta di un illustre avvocato dei boss, vicino ad Angelino Alfano, ed ex segretario del senatore Calogero Mannino, quest’ultimo un vip tra le cosiddette ‘’vittime’’ del concorso esterno, essendo stato assolto dal reato di fiancheggiamento mafioso dopo 14 anni di processi. Del resto, Sgarbi aveva già definito la nuova indagine aperta dalla procura di Palermo, sul ruolo di Mannino nella trattativa, un ‘’attentato alla Costituzione’’. Scontato, quindi, l’appoggio al candidato Pennica, paladino del garantismo, di cui oggi Mannino è  il primo portavoce, dopo esser finito sotto inchiesta per aver esercitato ‘’pressioni per ammordibire il 41 bis’’. Anche a Sgarbi il carcere duro sta sullo stomaco. ’’Su questo tema – va ripetendo nei comizi siciliani – ben 52 parlamentari si sono espressi per l’abolizione del 41 bis. Cosa vogliono fare? Trasformare la politica e la battaglia per la difesa della dignità umana in reato?’’.

Nella città dei Templi, il garantista Sgarbi è diventato la star dei comizi di Pennica, che di mafiosi ne ha difesi un bel mazzo. Anzi, per evitare incidenti di percorso, l’avvocato ha scritto una lettera al prefetto, esternando la preoccupazione che alcuni suoi ex clienti possano partecipare alle feste elettorali, facendogli fare brutta figura. Così si è messo al sicuro dalle accuse di sponsor compromettenti. Ma non dalle intemperanze di Sgarbi. All’ultimo comizio, Pennica ha chiuso l’incontro, urlando come Cetto Laqualunque: ‘’Cchiu pilu russu pi tutti’’. Ma il ‘’rivoluzionario’’ critico d’arte gli ha soffiato la battuta: ‘’Quello nero e biondo tocca a me’’, strappando grandi applausi. Il cinismo, diceva Oscar Wilde, è l’arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere. Questa e’ l’Italia della Rivoluzione di Sgarbi. L’Italia dove la realtà supera la fantasia. E persino il peggiore incubo.