“Posso accompagnarla io, non si preoccupi.” Così in un breve tragitto di pochi chilometri, di ritorno dall’Università di San Gallo, conobbi un giornalista all’estero, con il quale, mai avrei immaginato di poter trascorrere giorni e giorni a discutere di filosofia, di etica e di giornalismo in uno dei posti più freddi della Svizzera. “Ci vediamo domani in Biblioteca, salutami Padre Emilio.” E la mattina in biblioteca a San Gallo, nella Svizzera Orientale, sa di freddo vero, e di grigio.

Ti tocca attraversare lunghi corridoi con grandi e buffi pantofoloni ai piedi (rigorosamente grigi) che la direzione ti impone di calzare per motivi di sicurezza verso i manoscritti antichi che potrebbero subire danni da ciò che le scarpe possono introdurre all’interno. Col professore, così lo chiamavo con rispetto, cominciavamo a leggere i giornali italiani che giungevano in quel luogo ameno con un giorno di ritardo. Rassegna stampa da italiani all’estero nella metà degli anni ’90, rigorosamente cartacea. Gaspare Barbiellini Amidei, firma autorevole del Corriere della Sera non si scomponeva davanti al caffè delle macchinette, subito inforcava gli occhiali e cominciava a riflettere sul suo prossimo editoriale.

Sapevamo che Aldo sarebbe arrivato di lì a poco ed avremmo potuto cominciare la discussione a tre teste, perchè Giordano era una “bella testa” e ne avremmo avuto grossi vantaggi. La neve si accumulava continuamente e spariva dopo il sapiente intervento di macchine e uomini instancabili che potevamo osservare dalle finestre senza udire alcun rumore per gli infissi implacabili del luogo.

La Stiftsbibliotek  di St. Gallen, patrimonio dell’umanità, è uno dei luoghi più belli e preziosi della Svizzera, il meno ideale, forse, nel quale tre italiani come noi potevano azzardarsi a discutere di Italia e di pace. Sì, perchè allora scrivevamo e parlavamo di guerra con don Aldo che guidava il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa che aveva sede proprio a due passi dalla biblioteca. C’era ancora la Yugoslavia che di lì a poco si sarebbe dissolta in rivoli di odio. Oggi ho perso le tracce di quella “bella testa”, come la definiva Barbiellini Amidei, che dovrebbe essere a Strasburgo nel Consiglio d’Europa come rappresentante permanente del Vaticano. Forse il più acuto filosofo morale, umile e sempre disponibile, che il mestiere di giornalista mi ha dato modo di conoscere. Ma ricordo con nostalgia le sue riflessioni che ancora oggi sono di una attualità straordinaria, vista la realtà che osserviamo.

Le regole, la loro importanza, la fatica di mettere insieme le diversità, la pazienza dell’ascolto e l’umiltà dell’esposizione. Quando ascolto il Premier Monti, ricordo quelle due “belle teste” che incontravo a San Gallo dove tutti e tre risiedevamo. Il loden del professore, lo stesso di Barbiellini, la chiarezza ed il buon senso di don Aldo, le parole misurate e spezzate come il pane per  meglio capire e far capire gli uni agli altri. E la distanza dai vari Mastella e Cavalieri vari di cui erano ricolme le pagine dei giornali italiani che nessuno, in quella biblioteca riusciva a decodificare. Tranne quei tre italiani, che quasi ogni giorno si ostinavano a leggerli per poi discutere di altro sotto gli affreschi benedettini cupi e minacciosi che ti ricordavano assieme ai manoscritti più antichi del mondo da cui eri circondato, la tua pochezza.

Quando vedo Monti in televisione mi ricordo di loro, delle due teste aperte al mondo ed alla sua complessità; ma il giornalista ed il sacerdote non avevano mai la preoccupazione della tranquillità dei mercati, erano i destini delle persone la priorità. Quando misi in onda un’ intervista sulla pace che mi rilasciò mons. Giordano, Beppe Grillo gli telefonò entusiasta, dicendo con ironia che don Aldo usava parole e marchio giusti: sempre e prima di tutto le persone.

di Massimo Pillera