KABUL – Prima una piccola raffica. Rumori che si confondono col frastuono del traffico. Poi – è da poco passata l’una e mezza del pomeriggio (ora locale, le undici in Italia) – alle raffiche di kalashnikov si alternano botti che hanno tutta l’aria di granate: esplosioni che si susseguono mentre i colpi aumentano di intensità. Ci mettiamo poco a capire che non è un singolo attacco kamikaze. Nel giro di un’ora l’intero centro della capitale afgana viene bloccato dalla polizia: i clacson impazziscono e si assiste a un concitato esodo di automobili verso la periferia. Le raffiche si mescolano alle sirene dei pick up verdi scoperti che trasportano i poliziotti verso i luoghi degli attacchi. Dopo un paio d’ore fanno il loro ingresso in scena anche gli ‘occidentali’ di Isaf/Nato.

E’ una vicenda annunciata, ma in un certo senso inaspettata dopo mesi di quiete – pur se apparente e sempre sospesa – nella capitale afgana, dove un attacco coordinato in più punti (tre sicuramente, anche se la Nato ha parlato di sette obiettivi) non si vedeva dal settembre scorso (e prima ancora da giugno), salvo rari episodi condotti per lo più individualmente. La battaglia di Wazir Akbar Khan, in realtà, all’incrocio che segna l’inizio del quartiere di Sharenaw, dove a pochi metri dalla rotonda si trova l’ospedale di Emergency, e la cosiddetta “Green zone” (dove tra le altre c’è anche la missione diplomatica italiana), è durata circa un’ora e mezza. Poi un lungo silenzio sino alle 13.45 ora italiana quando è ripreso il crepitìo delle armi automatiche per dar la caccia ai guerriglieri asserragliati dietro a un albergo a 5 stelle, in un palazzo in costruzione.

E’ in questo edificio, utilizzato oggi come una rampa lanciagranate, che i kamikaze – i guerriglieri sanno che il loro destino è di venire uccisi – hanno probabilmente stoccato nei giorni scorsi proiettili e razzi per poter poi raggiungere l’improvvisato covo e da lì colpire l’ambasciata tedesca o quella britannica, le più esposte sulla linea di tiro. Ma non è da escludere che altri colpi siano stati sparati da altri luoghi verso l’ambasciata americana e il quartiere generale della Nato, situati più all’interno rispetto alla linea di fuoco innescata dall’azione partita dall’edificio in costruzione.

Stessa tecnica davanti al parlamento afgano: prima i guerriglieri tentano di entrare e poi riparano in un edificio vicino mentre alcuni loro compagni attaccano una baracca della Nato in un’altra zona della città più periferica, dove si trovano anche il carcere e l’università di polizia. Attacco coordinato e rivendicato dai talebani come l’inizio della “campagna di primavera”. Ma c’è chi avanza qualche dubbio: e cioè che, come già avvenuto in passato, la rivendicazione sia solo di facciata mentre l’azione non sarebbe propriamente “talebana” o non almeno dei talebani di mullah Omar, la parte più corposa e nazionalista della guerriglia. L’azione dimostrativa al cuore dello Stato e nel centro pulsante della capitale potrebbe essere l’indicazione che alcuni gruppi radicali più marginali, filo talebani ma non direttamente agli ordini di mullah Omar, vogliano farsi sentire per dire soprattutto ad americani e inglesi: “Ci siamo anche noi”.

Un’azione che starebbe a significare che alcuni gruppi, sentendosi tagliati fuori dal negoziato diretto tra americani e talebani di Omar, vogliono far sapere che senza di loro non si può negoziare. Come avvenne per le azioni di settembre e marzo 2011, i sospetti riguardano la cosiddetta Rete Haqqani, l’area protalebana più radicale e che non ha mai smentito i suoi rapporti con Al Qaeda. Particolarmente feroci, teorici dell’attacco kamikaze e vocati al martirio, i leader della Rete sono in stretto contatto con la parte più oscura dell’Isi, i servizi segreti pachistani, loro pure irritati, e non da oggi, dalle iniziative americani unilaterali che avrebbero tagliato fuori, almeno in larga misura, Islamabad. Le ipotesi si sprecano mentre, col tramonto che scende, le mitragliette non smettono di sparare e, a tratti, il ripetersi delle scariche si intensifica per poi tornare a tacere.

di Emanuele Milanese