La guerra ufficialmente non è ancora stata dichiarata. Ma è difficile trovare un altro nome per i combattimenti che sono in corso, ormai da quasi una settimana, al confine tra la repubblica del Sudan e quella del Sud Sudan. Difficile dire chi ha iniziato, anche perché non si tratta dei primi scontri tra i due paesi. Quel che è certo è che martedì l’Esercito popolare per la liberazione del Sudan (Spla), l’ex gruppo ribelle diventato esercito regolare della nuova repubblica sud-sudanese, ha conquistato Heglig, centro abitato dello stato sudanese del Kordofan meridionale, dai cui pozzi petroliferi Khartoum ricava circa 110mila barili di greggio al giorno. Ovvero la maggior parte del petrolio rimasto entro i confini del Sudan dopo la secessione e l’indipendenza, il 9 luglio 2011, del Sud Sudan.

Un obiettivo strategico di primaria importanza, quindi, che era stato teatro di scontri tra lo Spla e le forze armate sudanese (Saf) già a fine marzo. Allora come in questi giorni il governo di Juba aveva detto di aver marciato su Heglig in reazione ai bombardamenti dell’aereonautica sudanese entro i confini dello stato sud-sudanese di Unity. La versione di Khartoum, in entrambi i casi, è stata opposta: secondo il governo settentrionale sono stati i sud-sudanesi ad attaccare per primi, entrando illegalmente nel loro territorio e ottenendo come risposta gli attacchi degli Antonov.

Fare la tara alle divergenti versioni ufficiali per capire come effettivamente siano andate le cose sul terreno è particolarmente difficile, vista l’impossibilità di accedere alle aree in conflitto da parte di osservatori indipendenti. Sicuramente però da martedì in poi è stata una continua escalation. Sul terreno e nei toni e nelle parole usate nelle due capitali. Mentre sia a Khartoum che a Juba ministri e parlamentari di entrambi i paesi hanno iniziato subito a parlare di chiamata alle armi, di reclutamenti di giovani e mobilitazione nazionale, a Bentiu, capitale dello stato di Unity, la giornata di giovedì è iniziata con un raid aereo sudanese e con diverse bombe a grappolo sganciate a pochi chilometri dal compound delle Nazioni Unite, ai margini della città. Nelle ore successive, si sono susseguite le dichiarazioni ufficiali di Unione Africana, Nazioni Unite e Unione Europea, che hanno chiesto al Sudan di interrompere i bombardamenti e al Sud Sudan di ritirarsi da Heglig.

Da Juba, la risposta del presidente Salva Kiir è stata però netta: al telefono con il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, Kiir avrebbe ricordato che non è un suo sottoposto e che quindi non accetta di prendere ordini da lui. Soprattutto se l’ordine è lasciare Heglig, che per il Sud Sudan è da considerarsi parte integrante del territorio meridionale. Così non è per Khartoum, ma neanche per la comunità internazionale. Che sulla questione si attiene alla decisione della Corte arbitrale internazionale dell’Aja che nel luglio 2009, nella sentenza di arbitrato invocata proprio dall’allora governo regionale del Sud Sudan per definire i confini dell’area contesa di Abyei, aveva assegnato Heglig e le aree limitrofe al Kordofan meridionale. E quindi al Sudan.

E le due questioni vanno a braccetto. Almeno questo è ciò che ha detto lo stesso Kiir in un comunicato reso noto venerdì. Nel mettere nero su bianco le condizioni che Juba pone per ritirarsi da Heglig, ovvero essenzialmente l’invio di caschi blu a fare da cuscinetto “fino a che non si raggiunge un accordo tra le due parti”, il presidente sud-sudanese ha fatto diretto riferimento alla diversa reazione internazionale quando, nel maggio 2011, le Saf hanno occupato Abyei, dove sono ancora presenti “nonostante i ripetuti appelli al ritiro”.

Difficile prevedere come evolverà ora la situazione. Perché al di là di ciò che accade sul terreno, dove anche oggi sono riportati scontri tra i due eserciti, conteranno molto anche le reazioni nei due paesi. Perdere Heglig è stato un colpo pesante per Khartoum, tanto più che Juba ha immediatamente bloccato la produzione di greggio nei pozzi dell’area. A questo punto quindi il Sudan, che solo un anno fa esportava tra i 500 e il 600mila barili al giorno e che sulla sua ricchezza petrolifera ha basato un boom economico senza precedenti durante tutti gli anni 2000, è quasi a secco. Segni di forte insofferenza da parte della popolazione si sono verificati durante tutto l’ultimo anno, con ripetute manifestazioni, guidate soprattutto da giovani, che le forze di sicurezza hanno però facilmente messo a tacere. Ma, come dicevano molti tweet di questi giorni, anche chi “odia il Ncp (il partito al potere, ndr), ama il Sudan”: perdere Heglig, considerato anche dagli oppositori del regime parte integrante del territorio nazionale, potrebbe dare al governo un po’ di respiro sul fronte interno. Allo stesso tempo, però, la repentina sconfitta nella battaglia per uno degli obiettivi strategici più importanti del paese non è un bel segnale per la tenuta dell’esercito. Per le Saf e per Khartoum cercare di riconquistare i pozzi del Kordofan meridionale è quindi prioritario. Ma il Sud Sudan non sembra intenzionato a indietreggiare di un passo.

di Irene Panozzo