Secondo me lo è e neppure lo sa. Molti manuali la fanno nascere come disciplina autonoma col primo laboratorio di psicologia sperimentale, creato a Lipsia da Wundt nel 1879. Altri si rifanno ad Aristotele, che scrisse il De anima, circa ventiquattro secoli fa. Europa insomma.

E gli altri? Intendo in primis il mondo orientale: in India, in Cina, in Tibet, in Giappone sono state elaborate raffinatissime psicologie, e prassi molto sofisticate ed efficaci per trasformare la mente. Nei miei anni universitari non ho trovato traccia di questi saperi, di questi saper fare.

Dell’Africa sappiamo ancora meno, eppure qualcuno ha paragonato la cultura Dogon per complessità e raffinatezza a quella greca classica: se ne sono interessati gli etnopsichiatri, in Italia Piero Coppo, Lelia Pisani e altri. Abbiamo molto da imparare dai dispositivi di cura delle altre culture, e inoltre le immigrazioni ci portano in casa altre visioni del mondo, che gli psicoterapeuti fanno fatica a capire e quindi a curare. Certo non possiamo essere esperti di tutto, ma si tratta di costruire un approccio con l’altro e col suo mondo meno arrogante, meno limitato.

Ma per ora l’etnocentrismo, per cui il bianco occidentale crede di portare il lume della conoscenza, prevale, anche se non osa più dichiararsi esplicitamente. Spesso non si sa neanche di essere infettati da questo virus. Si crede di fare scienza, ed è scientismo. Nella medicina è ancora più evidente; si snobbano pratiche terapeutiche che sono fondate su esperienze millenarie.

Per fortuna ci sono le eccezioni: Jung , Assagioli che ingloba nella psicosintesi molti concetti e pratiche della tradizione orientale e non solo. L’importante è il confronto senza gettare alle ortiche il nostro sapere, la nostra identità, perché esiste anche questo rischio di segno opposto: trapiantare pratiche sciamaniche sudamericane o siberiane completamente fuori contesto, in lucrosi fine settimana. Anche la psiche, e forse soprattutto la psiche, come merce da vendere, magari contraffatta.