Tutto il mondo guarda con il fiato sospeso alla tenuta del cessate il fuoco in Siria. La tregua, mediata faticosamente dall’inviato speciale di Onu e Lega Araba Kofi Annan, è entrata in vigore alle 6 del mattino ora locale di oggi e, sostanzialmente, ha retto, almeno nelle prime ore della giornata.

Secondo uno dei gruppi dell’opposizione, infatti, non meno di otto persone sono state uccise negli scontri sporadici avvenuti in diverse zone del paese nonostante il cessate il fuoco. Il Consiglio nazionale siriano, principale gruppo dell’opposizione, dal canto suo denuncia che gli impegni assunti dal regime di Bashar Assad sono stati rispettati “solo in parte”.

Da Ginevra, Bassma Kodmani, portavoce del Cns, ha infatti sottolineato che seppure è vero che gli attacchi dell’esercito regolare sono “quasi” cessati, “non ci sono prove di un vero ritiro” del grosso delle truppe nelle caserme, come previsto invece dal piano Annan. Secondo Kodmani “carri armati e armi pesanti rimangono ancora nei quartieri residenziali di molte città”, mentre cecchini sono piazzati sui tetti degli edifici di alcune delle città principali, tra cui Homs, la più martoriata da oltre un anno di repressione, e sono anche aumentati i check point dell’esercito e della polizia che cercano di riprendere il controllo delle aree urbane dove sono attivi i combattenti del Free Syria Army.

Le vittime della giornata, sempre secondo il Cns, sono state ad Hama e a Idlib, nel nord del paese, vicino al confine con la Turchia, uno dei punti più caldi degli ultimi giorni, quando le truppe siriane hanno aperto il fuoco contro i rifugiati ammassati nei campi allestiti dalla Mezza luna rossa turca oltre la frontiera. Altri scontri ci sono stati a Deir az-Zor, nel sud del paese, dove alcune centinaia di persone hanno manifestato contro il regime. Kodmani inoltre ha aggiunto che al Cns risulta che ci siano stati “decine” di arresti, in tutto il paese. “Il vero test per la tenuta degli accordi – ha detto Kodmani – sarà vedere se i cittadini hanno la libertà di manifestare il proprio dissenso”. Il Cns, infatti, ha convocato nuove proteste contro il regime.

Il governo siriano da parte sua, con un comunicato del ministero dell’Interno rilanciato dall’agenzia di stampa ufficiale Sana, ha invitato tutti “gli uomini armati che non si sono macchiati di crimini contro il popolo siriano” a deporre le armi, in cambio dell’assicurazione che non saranno perseguiti dalla giustizia. Un’assicurazione a cui nessuno, ovviamente, crede, dopo oltre 9 mila morti causati dalla repressione e migliaia, forse decine di migliaia, di arresti sommari avvenuti nell’ultimo anno. L’agenzia Sana ha pubblicato anche la notizia secondo cui un centinaio di persone, a Latakia e nei sobborghi di Damasco, avrebbero già consegnato le armi “per tornare alla vita normale”, ma sono notizie impossibili da verificare e sembrano più dovute alla propaganda del regime. La Sana ha anche accusato “gruppi terroristici” di aver ucciso una persona, un tenente colonnello dell’esercito, e di averne ferite altre 24 con un attentato contro un autobus nella zona di Aleppo. Secondo il governo, sono manovre dei “gruppi che vogliono sabotare il piano dell’Onu”.

E mentre la comunità internazionale osserva l’evolversi degli eventi, la diplomazia continua a muoversi. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è atteso in Arabia Saudita per un incontro bilaterale al centro del quale c’è proprio la discussione sulla situazione in Siria, che preoccupa la Turchia non meno del regno saudita. Inoltre, l’Ue ha dato la propria disponibilità a contribuire alla forza di osservatori Onu che potrebbe essere inviata nel paese se la tregua si dimostrerà solida. In coda al vertice dei ministri degli esteri del G8, concluso mercoledì notte (ora italiana) a Washington, il ministro degli Esteri francese Alain Juppe ha infatti detto che il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe adottare una risoluzione che consenta l’invio di una “robusta” forza di osservatori internazionali, su cui ci sarebbe anche l’accordo della Russia, che la scorsa settimana aveva già dato la propria disponibilità a partecipare a una eventuale missione.

L’Onu ha già pronti i piani per inviare in Siria 250 caschi blu, tratti dai contingenti internazionali presenti sul confine tra Israele e Libano, nella zona smilitarizzata tra Israele e Siria e nelle varie missioni nei Territori palestinesi. Questi contingenti potrebbero essere solo il primo nucleo di una spedizione ben più numerosa, i cui termini però devono ancora essere precisati. Secondo William Hague, ministro degli esteri britannico, si tratterà di una presenza internazionale che avrà il compito «di evitare che la Siria possa scivolare di nuovo nel caos». Un caos che per ora sembra essersi allontanato. Domani, venerdì di preghiera, sarà probabilmente il giorno cruciale per capire di quanto.

di Joseph Zarlingo