I casi sono due: o i partiti hanno la maledetta sfortuna di scegliere i tesorieri solo tra ladri e truffatori, e allora si capisce perché siano tutti nei guai con la giustizia, dal mitico Severino Citaristi, il democristiano che collezionò 74 avvisi di garanzia, al tondo Lusi, che fu l’ombra di Rutelli fino a giorno in cui i magistrati hanno acceso la luce, sorprendendoli a sfogliare margherite.

Oppure sono i partiti che danno ai propri tesorieri la libera licenza di ladroneggiare e truffare, dalla buon’anima di Vincenzo Balzamo, sulla cui tomba Bettino Craxi scaricò il suo fango, fino a questo bel tipo di Belsito Francesco, il sub leghista, che metteva paura persino agli impiegati di banca della Tanzania, fino a indurli a rifiutare il suo contante e a chiamare la forza pubblica per sgomberarlo.

In verità non è dato in natura un tesoriere autonomo dall’autorità politica che lo ha nominato per piazzarlo a guardia del rubinetto dove entra ed esce il flusso sanguigno di un partito, anzi l’ossigeno, senza pretenderne un rendiconto giornaliero, euro per euro, appartamento per appartamento. Sarebbe come dire che i mitra di Chicago cantavano all’insaputa di Al Capone, perché lui dormiva.

Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2012