«Vede la differenza fra noi e voi è questa. Il Governo tecnico greco, a differenza di quello italiano di Mario Monti, è costituito da un solo tecnico, Papademos, al vertice, con tutta una squadra di politici intorno. Questo ha reso le riforme, chiamiamole così, in Grecia, decisamente più difficili».

Thedore Couloumbis riceve al primo piano del suo ufficio di Atene. Siamo a due passi da piazza Syntagma, dove negli ultimi due anni la polizia si è scontrata ripetutamente con i manifestanti che chiedevano lo stop alle misure di austerità imposte al Paese dai creditori internazionali. Docente emerito di relazioni internazionali e scienze politiche all’Università di Atene, da anni Couloumbis è anche vicepresidente di Eliamep, il principale think tank greco. Ora, con le elezioni alle porte – è ormai ufficiale che si terranno il 6 di maggio – tutte le sue preoccupazioni per il futuro del Paese stanno venendo a galla.

Professore, perché è preoccupato?

Sono preoccupato perché la maggior parte dei greci vuole restare in Europa, ma allo stesso tempo non vuole accettare tutte le misure che ci sono state imposte. Ebbene io temo che queste due cose insieme non possano andare. A tante persone non piace ricevere diktat, essere sotto un continuo controllo, ci vedono una sorta di neocolonialismo. In un clima del genere è molto facile per i populisti, che siano a sinistra, al centro, a destra, fare leva su questi sentimenti.

Lei non crede che siano stati fatti degli errori, a livello europeo ed internazionale, nell’impostazione dei piani di assistenza per la Grecia?

La visione prevalente qui è che nella concezione dei due memorandum – 2010 e 2012 – per la Grecia siano stati privilegiati gli obiettivi di stabilità finanziaria e di riduzione della spesa pubblica e del deficit a scapito dello sviluppo. E che quindi sia stata la stessa medicina a peggiorare la recessione. Si alzano le tasse, la gente consuma meno, l’economia rallenta. Ebbene anche io credo che sarebbe necessario un approccio più moderato dal punto di vista fiscale e che sarebbe necessario che l’Unione Europea, una federazione in via di sviluppo, si preoccupasse di garantire anche il benessere dei suoi cittadini oltre che la disciplina fiscale. Nonostante ciò in Grecia tutti i sondaggi indicano che i cittadini – all’incirca il 70% – vogliono restare nell’Eurozona e che vorrebbero un’Europa sul modello della federazione di Stati.

Il quadro politico alla vigilia delle elezioni in Grecia è a dir poco frammentato…

Esatto, e l’estrema frammentazione politica non facilita le cose. A sinistra per esempio abbiamo tre partiti: i comunisti del KKE, Synaspismos, scissione dei comunisti europei e la sinistra democratica di Kouvellis, nata a sua volta da Synaspismos. Due dei tre sono feroci oppositori dei memorandum. Al centrosinistra abbiamo i fuoriusciti dal Pasok, i socialisti, che hanno già formato due partiti e potrebbero formarne un terzo. Al centrodestra abbiamo Nea Dimokratia e poi la destra del Laos, che ha sostenuto il primo memorandum del 2010 e si è opposta al secondo. Poi c’è il partito di Panos Kammenos, fuoriuscito da Nea Dimokratia al grido di “La Grecia non è in vendita” e che ora nei sondaggi guadagna qualcosa come l’8%. Tutto questo mi porta a un conclusione: in queste elezioni avremo un votante schizofrenico. Terribilmente a favore dello stare in Europa e allo stesso tempo terribilmente contrario alle misure di austerity che sono un prerequisito per restarci.

Crede che un Governo di coalizione sia probabile?

Sì, e credo che la scelta sia fra una coalizione di europeisti e una di antieuropeisti. Il fatto è che per il momento questa è la situazione: vuoi stare in Europa, accetti le condizioni, è brutto ma è così. E allora come reagiranno i cittadini? Diranno: all’inferno, usciamocene e diciamo basta ai ricatti o diranno ok, sottostiamo a queste dure condizioni e cerchiamo di riprenderci sul lungo termine? Ebbene in questo quadro io credo che alla fine Nea Dimokratia e Pasok, metteranno insieme le loro forze, dopo il voto, per dividersi le responsabilità e gli oneri delle riforme. Ma io sono un’ottimista, per natura. Potrebbero anche esserci scenari peggiori, come un’altra elezione, nel caso non si riuscisse a formare un Governo, il che sarebbe un disastro.

Lei crede che il rischio bancarotta per il Paese, con l’accordo sull’ultimo piano di aiuti da 130 miliardi di euro, sia stato definitivamente evitato?

Credo che sia stato ridotto, non evitato. Vede, in Grecia il problema è la messa in opera di questi piani, non la loro concezione. Io sono di quelli che credono che la condizionalità, come parte delle future relazioni tra la Grecia e l’Unione Europea, sia utile. Nel senso che prevede un monitoraggio esterno sul fatto che quello che prometti poi deve essere messo in pratica. Il prezzo da pagare è grande, ma secondo me necessario. Uscire dalla Comunità, una comunità di democrazie, di economie interdipendenti ci porterebbe a tornare nuovamente in una dimensione di Stato marginale, di democrazia instabile.