Oggi 11 aprile sono 25 anni che è morto Primo Levi e alcuni giornali dedicano articoli circostanziati e belle rievocazioni della sua straordinaria opera. Io vorrei invece ricordare che oggi sono otto anni che è morto Cesare Garboli. Otto non è come 10, 25, 50 o 100 anni, ma sento che questo non conta.

Nel 2004, l’11 aprile era la domenica di Pasqua; guidai come una pazza fino a Roma, sapendo che l’avrei trovato già morto.

Per chi non conoscesse Cesare Garboli potrei definirlo uno dei grandi scrittori di critica del Novecento, uno dei migliori traduttori di Molière e di Shakespeare; posseggo due bellissime poesie che scrisse e che vennero lette al suo funerale. Era anche scrittore “servile”, come lui stesso si definiva, nel senso che ha dedicato tante pagine agli scrittori italiani che amava, come la Ginzburg, la Morante e il grandissimo Sandro Penna; ha lavorato fino a rimetterci la salute sulle poesie famigliari di Pascoli (si è ammalato di tumore proprio mentre stava nell’archivio di Castelvecchio a studiare le carte pascoliane e non aveva nessuna intenzione di mollare l’osso per fare esami medici). Ha riscoperto e fatto pubblicare lo scrittore modenese Antonio Delfini, i bei racconti de Il ricordo della Basca e soprattutto i Diari, che brillano della sua mirabile prefazione.

Ha scritto in Ricordi tristi e civili di un’Italia che se ne stava andando verso gli anni cupi di inizio millennio con preveggenza quasi spaventosa. I suoi scritti sono una di quelle letture che ti lasciano più intelligente e la sua morte una di quelle che ti lasciano completamente solo.

Era l’ultimo maschio di una famiglia con cinque sorelle, e suo padre avrebbe sognato per lui una carriera da ingegnere. Invece l’erede del nome era afflitto dal male delle lettere e si laureò con Sapegno sulla Commedia di Dante (poco prima di morire commentava l’Inferno da allegare al quotidiano La Nazione). Lo conobbi per diverse ragioni, tra queste: abitavamo vicini a Camaiore e lo invitai a Videomusic insieme a Mario Soldati, di cui era stato molto amico, per un’intervista.

Garboli viveva a Vado di Camaiore in una grande casa quadrata e antica, ereditata dal padre, che sorgeva in mezzo a un giardino non troppo vasto ma con tre alberi enormi, due platani e una magnolia. C’era anche un lungo edificio di mattoni semiabbandonato, detto la brilleria. Lì ospitava a volte degli artisti. Ora la casa è diventata un agriturismo dallo strano nome di Villa La Bianca.

Garboli viveva solo e riusciva ad abitare tutte le stanze lasciando ovunque tracce del suo inesausto lavoro sui libri e sui testi; la grande casa dava dunque l’impressione di essere raccolta e accogliente. Si era ritirato a vivere lì nel 1978; subito dopo il rapimento Moro.

“Il male di cui soffro (un’intima irrevocabile estraneità alla propria terra natale) ha una data. La sua maligna formazione risale al 1978, alla primavera in cui fu sequestrato e assassinato Aldo Moro. A quel tempo decisi di allontanarmi dalla città che abitavo (Roma) e di trasferirmi in un luogo il più possibile nascosto”, scrive in Ricordi tristi e civili; Pertini che si piega a baciare una dopo l’altra le bare degli uomini della scorta, scrive Garboli, “esprimeva senza volerlo una forte e ignara carica simbolica. Segnalava che la convivenza fra criminalità e quotidianità (…) tra mezzi illeciti e azione politica, era un fenomeno ormai irreversibile” .

Ogni tanto, quando mi prendeva una sorta di cupa malinconia e sfiducia, incapace di vedere nella mia vita un barlume di speranza lo andavo a trovare. Lo avvertivo per telefono e lui mi diceva “ti aspetto”.

“Vieni su”, gridava quando sentiva che aprivo la porta di sotto, “sono nella porziuncola”. Questa era una piccola stanza che affacciava sui due platani e lui vi aveva sistemato una scrivania e il computer. Mi sedevo sulla poltrona e mi guardavo intorno mentre lui continuava a lavorare. Sulle pareti e nella libreria c’erano fotografie e foglietti riempiti della sua scrittura fluida con poesie e dediche di scrittori. Aspettavo sfogliando l’ultimo numero di “Paragone letteratura”, rivista che lui dirigeva con scrupolo e passione.

A un certo punto si toglieva gli occhiali e mi offriva il tè; sapeva che avevo voglia di trovare un padre ma lui non aveva nessun desiderio di avere una figlia. Però era generoso e mentre preparavamo il tè mi raccontava quello che avrei dovuto leggere e mi leggeva quello che lo divertiva e lo appassionava. C’era una poesia che mi declamava spesso e che teneva appuntata su un misero foglietto giallognolo; era una poesia di Noventa:

“Avessimo ‘avuo pietà de le bele!

Del piacer, e no del dolor,

che i corpi dimostra.

‘Avessimo ‘avuo pietà dei più forti!

de chi sofre de più

saressimo forse, ancuo, un fia più forti

nu tessi

No andressmo via in giro, piangendo,

Zigando;

Ascolteressimo el pianto dei altri

(…)

Oggi la vorrei dedicare alla sua memoria; ricordo che ogni volta che la recitava in perfetto dialetto veneziano, rideva e la luce del giardino spezzata dai grandi platani entrava dalla finestra. I presagi oscuri, la terribile, preveggente lucidità della sua opera si scioglievano nella sua risata, portandosi via l’inessenziale malessere che mi soffocava.