Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov

Segnali contrastanti arrivano dal regime di Damasco nel giorno in cui avrebbe dovuto essere avviato il cessate il fuoco previsto dal piano di Kofi Annan. Da Mosca, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha informato la stampa internazionale che sarebbe iniziato il ritiro delle truppe dell’esercito regolare siriano da Homs, la città più martoriata in quasi tredici mesi di proteste anti-regime. Lavrov ha incontrato nella capitale russa il suo omologo siriano Walid al Muallim, ma il faccia a faccia è stato meno amichevole del solito. Al Muallim ha ripetuto la richiesta del governo alla comunità internazionale che cioè “chi ha influenza sulle altre parti in conflitto intervenga per garantire il successo del cessate il fuoco”. Lo stesso Lavrov, però, ha esortato “i nostri colleghi siriani a rispettare i termini dell’accordo messo a punto dall’inviato speciale di Onu e Lega Araba“. Un modo diplomaticamente soft per far capire a Damasco che il piano di Kofi Annan “è l’ultima occasione”, come del resto Lavrov aveva detto qualche giorno fa. Il capo della diplomazia del Cremlino ha anche detto che la Russia è pronta a partecipare alla missione di osservatori Onu, che è uno dei punti essenziali del piano Annan e che dovrebbe essere avviata nelle prossime ore.

Damasco, però, non sembra per il momento voler dare seguito al piano, se non con piccole concessioni che mantengono aperto uno spiraglio di azione diplomatica. Concessioni che vengono però alternate a dure accuse. Come quelle che Al Muallim ha rivolto alla Turchia, chiamata in causa direttamente come “fornitrice di armi e campi di addestramento” ai “gruppi siriani illegittimi”, dei quali verrebbe favorita anche la “penetrazione illegale” in territorio siriano.

Ieri, alcuni profughi siriani in Turchia e due agenti della polizia turca sono rimasti feriti da proiettili sparati dal lato siriano del confine. Un gesto che, secondo il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu, è una “violazione dei confini”. Proprio nella zona di confine tra Turchia e Siria, dove sono concentrati almeno 25 mila profughi, è stato oggi Kofi Annan che attraverso il suo portavoce ha annunciato l’invio di una lettera al Consiglio di sicurezza sull’attuazione del piano di cessate il fuoco.

Al Consiglio ha fatto di nuovo appello Nabil al Arabi, segretario generale della Lega Araba, che – in coda all’incontro con il presidente del consiglio Mario Monti – ha chiesto una “risoluzione significativa” dell’Onu per stabilire il cessate il fuoco e “consentire a Kofi Annan” di procedere con il suo piano. Monti ha detto ai giornalisti che la situazione in Siria è stata oggetto “di un confronto dettagliato con al Arabi” e che anche l’Italia “vive con particolare preoccupazione l’evolversi della situazione in Siria”.

I principali ostacoli sulla scivolosa strada dell’accordo, al momento sono due. Sul campo, continuano le operazioni dell’esercito regolare, in particolare nella zona di Aleppo, dove sono stati segnalati combattimenti e ancora vittime. Secondo i gruppi di opposizione, sono state almeno 45 le persone uccise oggi, in particolare – informano i comitati di coordinamento locale – proprio nella zona di Homs, una di quelle da dove sarebbe dovuto iniziare il ritiro delle truppe regolari.

Sul piano politico, il regime – a sorpresa, ieri – ha posto una nuova condizione per l’accettazione del piano di Annan, cioè che i ribelli si impegnino per iscritto a fermare ogni ostilità contro il regime, responsabile di oltre 9 mila morti in più di un anno di repressione. Da Beirut ha risposto il portavoce del Consiglio nazionale siriano Burhan Ghalioun: “Il regime cerca solo di prendere tempo, le nuove condizioni poste a un accordo già raggiunto sono chiaramente inaccettabili e irrealizzabili”. Alle parole del portavoce del Cns si aggiungono quelle di Mustafa al Shaykh, uno dei comandanti militari del Free Syria Army. Secondo Al Arabiya, Shaykh il Fsa aveva già dato ordine di fermare le operazioni militari, come gesto di buona volontà: “Se gli attacchi proseguiranno e i mezzi militari del regime non torneranno nelle caserme, riprenderemo le armi entro le prossime 48 ore”.

E saranno proprio le prossime ore quelle cruciali per capire se, dopo aver causato altre centinaia di morti tra domenica e lunedì, il regime di Bashar Assad sia finalmente deciso a concedere ai cittadini siriani la speranza di una via d’uscita a una crisi che ha messo in ginocchio il Paese.

di Joseph Zarlingo