Nella battaglia degli annunci e contro-annunci che si è svolta intorno alla riforma del lavoro del governo Monti, l’Europa è stata, come di prammatica, più volte invocata. Ma come un bersaglio mobile, quest’invocazione cambiava di giorno in giorno. Per Elsa Fornero in versione granitico tutore delle ragioni del mercato, la riforma del lavoro con sostanziale abolizione dell’articolo 18 (niente reintegro) era una necessità chiesta dall’Europa per mettere al riparo dagli speculatori il nostro debito pubblico. Pochi giorni dopo, Bersani citava la legislazione vigente nel più competitivo di tutti i paesi europei, la Germania, per invocare “il modello tedesco”, dove la reintegrazione da parte di un giudice è prevista per legge. Alla fine sembra che abbiano vinto Bersani e il buonsenso, puntellati da qualche buon argomento costituzionale, e il reintegro è rimasto, con buona pace del precedente pressante appello di Monti – forse contagiato dall’esempio della Cina, dove in quel momento si trovava – ad abrogare un articolo del diritto del lavoro che avrebbe assunto un valore “simbolico” e fortemente deterrente per gli investitori stranieri. A trattativa chiusa, con il disegno di legge depositato in Parlamento, la cautela sembra d’obbligo e si fatica a capire il valore salvifico di una legge un po’ pomposamente definita “Riforma del lavoro in una prospettiva di crescita”.

Queste contraddizioni, e anche l’evidente strumentalità di molti argomenti portati a giustificazione del tentativo di cancellazione di un punto chiave del diritto del lavoro, rischiano di offuscare un problema vero, e non solo italiano: quello dello svuotamento del modello sociale europeo da parte degli attuali vertici europei. Se c’è un elemento che più di ogni altro potrebbe e dovrebbe fondare l’unità della UE, è il suo modello sociale, cioè l’insieme dei sistemi pubblici intesi a proteggerci tutti dai rischi connessi a malattia, disoccupazione, vecchiaia e povertà. Un europeista convinto come Romano Prodi invocava il modello sociale europeo come esempio a livello mondiale. Poi è arrivata la crisi, e il gioco è cambiato.

Il Trattato di Lisbona, atto di fatto costituente dell’Europa, ribadisce la centralità della dimensione sociale. Leggo sul sito della Commissione europea: “Gli obiettivi della politica sociale definiti nel trattato CE annoverano: la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di lavoro, un’adeguata protezione sociale, il dialogo sociale, uno sviluppo delle risorse umane che consenta un elevato e durevole livello di occupazione e la lotta contro l’emarginazione. Questi principi si ispirano alla carta sociale europea del 1961 e alla carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989.” Belle parole, ma nei fatti la strategia economica dell’Unione è andata sempre più restringendosi su obiettivi molto diversi dell’ambizioso “nuovo obiettivo strategico” della Strategia di Lisbona del 2000: “diventare l’economia più competitiva e dinamica basata sulla conoscenza, capace di una crescita economica sostenibile con maggiore e migliore occupazione e una più grande coesione sociale”.

Ora ci basta essere competitivi, e sopratutto flessibili. Cosa si intende oggi imponendo la “flessibilità” del mercato del lavoro nei paesi cosiddetti periferici dell’Europa – Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, ma anche Italia – lo dicono chiaro e tondo giornali come il Wall Street Journal, ma anche il New York Times, dove si parla di riforme in questi paesi tese alla riduzione degli salari. Visto che i lavoratori dell’industria automobilistica italiana prendono già uno stipendio che vale la metà di quello dei loro omologhi tedeschi, possiamo anche dissentire. Ma questo è il motivo per il disappunto della Marcegaglia, che si è sfogata proprio sul WSJ, e anche sul Financial Times, per una riforma del lavoro dal suo punto di vista depotenziata, e dunque “very bad”.

Sotto pressione dello spread anche l’Italia è entrata in quel cono d’ombra che ha portato alla sospensione, di fatto, del principio di solidarietà europea sancito dai trattati con le misure oltremodo punitive imposte alla Grecia. Ricordiamoci della lettera “riservata” dei governatori della Banca Centrale Europea Trichet e Draghi al governo Berlusconi. Commentando questa lettera sulle pagine di Repubblica, Barbara Spinelli lo paragonò ad un rapporto feudale: “il vassallo inadempiente è salvato dal vero sovrano, e in cambio gli giura obbedienza e restringe le proprie libertà”. La lettera chiedeva perentoriamente, tra l’altro, la privatizzazione dei servizi pubblici locali (in barba al referendum contro la privatizzazione dell’acqua), la riduzione del numero degli dipendenti pubblici o, in alternativa, la riduzione dei loro stipendi, l’allungamento dell’età pensionabile, licenziamenti più facili, il superamento dei contratti collettivi e l’abolizione delle Province – il tutto per decreto, per fare presto. In spregio alle regole costituzionali.

In parte, almeno, il programma del governo Monti. Ci manca ancora, purtroppo, un sistema universale di assicurazione dalla disoccupazione, che figura tra le richieste della lettera, ma pare che per questo non c’erano i soldi.

La domanda, in fondo, è quale Europa vogliamo. Ne hanno discusso il 9 dicembre 2011 in un convegno, La rotta d’Europa’, organizzato dal Manifesto e Sbilanciamoci. Gli interventi sono reperibili in due volumi gratuiti ora scaricabili dal sito di Sbilanciamoci. Il secondo volume, ‘La Politica’, a cura di Rossana Rossanda e Mario Pianta, cita un articolo sull’identità europea di Manuel Castells nel quale il sociologo spagnolo aveva sostenuto la necessità di una “comune identità europea in base alla quale i cittadini in tutta Europa possano condividere i problemi e cercarne insieme la soluzione”. Dopo aver scartato cultura e religione come base unificante di identità europea, Castells aveva individuato “i sentimenti condivisi sulla necessità di una protezione sociale universale delle condizioni di vita, la solidarietà sociale, un lavoro stabile, i diritti dei lavoratori, i diritti umani universali, la preoccupazione per i poveri del mondo, l’estensione della democrazia a tutti i livelli,” come valori intorno ai quali costruire una identità condivisa. Una base più solida che gli imperativi del mercato.