“E vedrai quando sarò presidente della Repubblica”. Era il 1994, il neodeputato Roberto Maroni da Varese, musicista di poche speranze e avvocato dal certo futuro nella provincia insubre, era da poco approdato a Montecitorio dove, grazie all’uragano Mani Pulite, si era seduto sulla poltrona di ministro dell’Interno (il primo non democristiano dalla nascita della Repubblica) e vicepresidente del Consiglio dei Ministri del primo governo Berlusconi. Casacche indossate da appena otto mesi, ma a sufficienza per far intravedere a Bobo una prateria di conquista nei Palazzi e fargli meritare la prima biografia: Maroni, l’arciere, scritta dal suo compagno del liceo Cairoli di Varese, Carlo Zanzi. Per ringraziare l’amico della fatica letteraria, vergò sulla sua copia una dedica che, all’epoca, non poteva che sembrare una battuta umoristica: insediarsi al Colle. Ma Bobo, come lo chiamano gli amici, non è tipo da sognare a occhi aperti. Tant’è che sedici anni dopo l’obiettivo è sempre quello, il Quirinale. (…)

SOGNO QUIRINALE
Siamo nel 2010. Bobo è di nuovo a capo del Viminale, di nuovo in un governo guidato da Silvio Berlusconi. A novembre partecipa alla trasmissione di Raitre Vieni via con me (…) Prima di entrare nello studio si ferma a parlare con Loris Mazzetti. Il capostruttura della terza rete, storico braccio destro di Enzo Biagi, quasi se ne stupisce. Una stretta di mano tra i due con rapido scambio di battute: “Dica la verità, lei sta studiando da primo ministro” lo stuzzica Mazzetti. “Non è affatto vero” sorride Maroni. Mazzetti affonda: “Nella Prima Repubblica tutti quelli che si sono seduti sulla poltrona del Viminale sono poi diventati presidente del Consiglio”. Maroni, ormai quasi fuori dall’ufficio, fa un passo indietro, si gira e ribatte serio: “E cinque sono diventati presidenti della Repubblica“. Eccola qui la vera indole dell’uomo. Che parla più che di aspirazioni personali, del traguardo di un percorso professionale. Perché per Maroni la politica è semplicemente un lavoro. (…) Un mestiere incontrato per caso e per caso intrapreso. Anche se il caso ha un nome: si chiama Umberto Bossi. Quello che oggi è indicato come ‘il nemico’ dell’ortodossia e dei suoi sacerdoti in realtà è un compagno di vita del leader da oltre trent’anni. Maroni è l’unico cui il Senatur ha sempre concesso libertà, persino quella di dissenso (…).

SEMPRE IN LITE
Hanno sempre litigato i due, ma non sono mai arrivati alla rottura definitiva. Sfiorata più volte ma immancabilmente rientrata. Il culmine lo raggiunsero nel 1994: Maroni voleva continuare a sostenere il governo Berlusconi, mentre Bossi era intenzionato a staccare la spina. Il Capo decise per il ribaltone e alzò la voce. “Chi tradisce sarà spazzato via dalla faccia della terra. Sappiamo che c’è stato il mercato delle vacche e un po’ di gente ha preso la stecca”. L’accusa era chiaramente rivolta al titolare del Viminale, ma al PalaTrussardi di Milano nel febbraio del ’95 si espresse in modo ancora più esplicito: “A Maroni ho scaldato il latte tutte le mattine, ma è il nostro braccio debole e va amputato”. Erano mesi difficili, si cominciava a parlare per la prima volta dei maroniani, una decina di arditi decisi a lasciare il partito. La lite rientrò dopo l’annuncio di Maroni: “Non me ne vado”. Mentre Bossi nel suo ufficio di Montecitorio gridava: “Quello lo sbatto fuori, lo sbatto fuori”. Ritrovata la serenità, si presentarono al congresso federale straordinario di Milano. E, come sempre, fu Bossi a perdonarlo pubblicamente, ma con un intervento quasi premonitore: “Una Lega bis, caro Roberto, sarebbe solo uno specchietto per le allodole. Purtroppo il coraggio se non lo si ha, non si può acquistare al supermercato”. E Umberto lo conosceva bene il suo caro amico Roberto. (…) A quel congresso Maroni fu pesantemente fischiato, quasi linciato. Lui non se la prese, salì su un aereo e trascorse due settimane alle Maldive. Al suo rientro amici come prima, anche se al fianco del Capo trovò Calderoli.

La vendetta di Bossi: offuscarne la stella, facendogli credere di non essere più il preferito. Ma poi, di fatto, a trattare a Roma mandava sempre e solo Bobo. (…) A differenza di Calderoli, l’eterno aspirante delfino, Maroni non ha nessun obbligo. (…) E’ l’unico, ad esempio, ad avere un portavoce non interno al partito. La Lega anche in questo è una sorta di clan: segretarie, assistenti, autisti (…) Si pesca nel partito. Maroni no. Bobo, nominato capogruppo alla Camera, per seguirlo ha scelto Isabella Votino, giovane e piacente ragazza di Montesarchio, paese in provincia di Benevento, ben introdotta negli ambienti romani, già vicina a Gianni Alemanno. (…) Insieme per quasi dieci anni, oggi Votino è stata assunta al Milan e, ovviamente, Maroni è stato accusato di averla aiutata. Anche qui “fesserie, porcherie” ma certo, in tempo di guerra, si spara ovunque. Ed è il “dolore più grosso”, ha confidato Maroni a una cena a Brescia a fine febbraio 2012 dopo un incontro pubblico. Ad accoglierlo aveva trovato uno striscione fin troppo chiaro: “Ocio Maroni”. (…) Nulla di cui pentirsi. Un solo rammarico: non aver potuto evitare l’omicidio di Marco Biagi per mano delle Brigate Rosse. Nel 2001 il giuslavorista, collaboratore di Maroni al Ministero del Lavoro, gli invia una lettera nella quale lamenta una non adeguata protezione. (…)

IL RIMPIANTO DI BIAGI
Una lettera equilibrata, non pressante, scritta a un amico conosciuto nel 1975 in una sala di lettura dell’Istituto giuridico dell’Università di Pisa. Un rapporto di amicizia mai interrotto. Ricevuta la lettera, Maroni sollecita il prefetto Giuseppe Romano affinché adotti adeguati provvedimenti, ma non fa in tempo perché Biagi viene ucciso a Bologna la sera del 19 marzo 2002. “Senza Marco la mia vita sarebbe stata meno sostanziosa, dialogo sempre con Marco nel mio cuore (…)”. Non ne ha mai parlato volentieri e spesso si commuove quando ricorda quella lettera, un rimpianto, forse, alla base dell’impegno profuso nella lotta alla criminalità di qualsiasi specie. Per il resto nessun pentimento. C’è la delusione di questa guerra fratricida in cui è chiamato dalla base a difendere la “Lega degli onesti” (…). Se sia l’uomo nuovo del nuovo Carroccio non è ancora dato saperlo, ma Maroni è oggi la speranza dei militanti per una seconda vita della Lega che altri menti rischia di perdersi in mille rivoli e di cadere a pezzi. Per chi non lo conosce bene è stato solo un buon ministro. Lui si definisce “nell’ordine: musicista, milanista, ministro”. Mentre la Cia, in un rapporto interno, lo descrive come un “fan di Bruce Springsteen che suona il sassofono, ha suonato l’organo elettrico in una band di jazz-rock-country a Varese ed è stato membro del gruppo rock della Camera dei Deputati” (…). Ha un’unica fissazione: colleziona elefanti con la proboscide sollevata. Li tiene allineati di sedere, glieli ha regalati quasi tutti Votino. Portano fortuna, dice. (…)

di Elena G. Polidori e Davide Vecchi

da Il Fatto Quotidiano del 10 aprile 2012