La sede della banca Berenberg

Italia, Spagna, magari Portogallo o Irlanda? Ebbene no: il malato più insidioso nel vecchio continente ha un altro nome. Nella lista di chi potrebbe affossare la tanto sospirata (e presumibilmente lontana) ripresa dell’economia europea, quest’anno “il primo posto tocca alla Francia“. A dare l’allarme – dopo che anche l’Economist in un suo articolo del 31 marzo titolava “France, A Country In Denial“, sottotitolo “Ignorando i problemi economici del loro Paese i politici francesi stanno rendendo più difficile una loro futura soluzione” – ora è una banca d’affari tedesca, Berenberg. Nota per tutto, in genere, meno che per le sparate sensazionalistiche.

Secondo l’ultimo studio del team di analisti londinesi di quella che si definisce “la più vecchia banca privata di Germania” (report dal titolo significativo “Francia, in ritardo rispetto a Spagna e Italia?”), il Paese guidato da Nicolas Sarkozy sta trascurando i suoi problemi di crescita, debito e competitività. Motivo per cui, si legge, “nella lista delle cose che potrebbero andare male per l’Europa, la Francia si piazza al primo posto. Speriamo che si riesca a evitare una crisi francese, ma il rischio c’è e va tenuto in considerazione”.

Il campanello di allarme, spiegano gli esperti tedeschi, deve suonare perché nella lista dei fondamentali economici valutati sul lungo termine, la Francia si piazza “ben al di sotto della media europea, sotto alla Spagna e di poco sopra all’Italia. E nella classifica separata dei progressi fatti negli ultimi 2-3 anni i risultati sono ancora peggiori”. Ma cosa è che preoccupa nello specifico gli analisti teutonici? Quattro gli elementi chiave. Un tasso eccessivo di spesa pubblica rispetto al Pil, 54 per cento, contro la media europea del 48 per cento (l’Italia viaggia poco sopra al 50 per cento, la Spagna, ben sotto, al 42 per cento), nessuna crescita nell’export dal 2002, il fallimento dell’integrazione lavorativa delle seconde e terze generazioni di migranti e infine lo scarsissimo progredire della produzione nazionale di beni e servizi pro-capite (GVA per capita).

E poi c’è la disoccupazione, che viaggia su livelli abbastanza alti: a novembre 2011 è schizzata al 9,3 per cento, con un aumento del 5,2 per cento sull’anno precedente. Vero è, tuttavia, che l’Hexagone, in termini di tenuta fiscale, nell’immediato non è messo così male: il rapporto deficit-Pil nel 2011 è stato del 5 per cento, poco oltre la media europea del 4,5 per cento e ben lontano dal 9 per cento di Gran Bretagna e Stati Uniti. I consumi privati resistono, anche perché non ci sono state grosse misure di austerità. L’economia è quasi ferma, ma almeno nell’ultima parte del 2011 è sfuggita alla recessione e quest’anno potrebbe andare oltre al modesto 0,1 per cento di crescita calcolato nelle previsioni di Berenberg. E anche dal punto di vista demografico, indicatore spesso trascurato, la società francese, con un tasso di fertilità del 2,0 contro ad esempio l’1,3 della Germania, dimostra di essere in salute.

“Condivido anche io alcune delle preoccupazioni espresse nel report – spiega al fattoquotidiano.it Edward Hugh, economista del network Roubini Global Economics – ma in generale questa lista delle problematicità francesi mi sembra molto vicino ad una classica critica liberale mossa ad un’economia dove il ruolo dello stato è molto forte. Io direi invece che, ad esempio una delle minacce maggiori per la Francia potrebbe arrivare dalla forte esposizione delle sue banche nei confronti del debito privato e pubblico dell’Italia. La Francia a mio modo di vedere – sottolinea Hugh – continua a restare una delle economie più forti a livelli europeo, anche perché non tendo a vedere grosse relazioni fra le dimensioni del settore pubblico e la crescita a lungo termine. Il che non significa che la Francia non abbia grossi problemi da affrontare, come ad esempio quello della competitività e il declino del settore manifatturiero. Ma li deve affrontare in maniera meno drammatica di Spagna ed Italia”.

E le minacce vere per l’Europa allora da dove arrivano? “Dal punto di vista degli investitori, secondo me dalla Spagna – spiega Hugh, che da una ventina d’anni vive nei pressi di Barcellona – per il fatto che ad esempio ha mancato i suoi obiettivi fiscali in maniera pesante. Il problema spagnolo sta diventando un problema di credibilità come lo era quello dell’Italia e lo sta diventando, a mio modo di vedere, più per gli errori del nuovo Governo che per quelli del vecchio. Mariano Rajoy che va a Bruxelles e dice che la Spagna non rispetterà gli impegni sul deficit, la riforma del settore finanziario che non convince, quella del lavoro che, lo sanno tutti, impiegherà parecchi anni prima di avere degli effetti, stanno facendo del Paese un obiettivo molto appetibile per la speculazione“.

La Spagna ha in effetti i suoi grossi problemi e l’andamento delle ultime aste dei titoli di Stato iberici è significativo in questo senso. Tuttavia, tornando alla Francia, una delle cose che non si può negare è che nel dibattito che sta portando verso le elezioni – primo round delle presidenziali il 22 aprile – il tema della riforme non è particolarmente presente. Mentre Spagna e Italia hanno dato il via a riforme pesanti dell’economia e del lavoro – sicuramente se ne stanno accorgendo i lavoratori italiani con il piano targato Monti-Fornero – la Francia è ancora indietro. Per questo, nota Berenberg, “chiunque vincerà le elezioni, sarà probabilmente costretto avviare riforme impopolari subito o dopo poco l’incarico”. Sarkozy, Hollande o chiunque altro sia, dicono i tedeschi, è probabile che il nuovo presidente dovrà giocare un ruolo simile a quello del cancelliere socialdemocratico Schröder, che dal ’98 al 2005 fu chiamato a risanare massicciamente l’economia tedesca. E che infatti, ma questo gli analisti non lo dicono, le elezioni del 2005 poi le perse.