Dalla mediazione tra governo e partiti è uscita una riforma del lavoro con più rigidità in uscita in cambio di meno restrizioni all’abuso di contratti temporanei rispetto alla proposta iniziale. Il compromesso ci consegna un mercato del lavoro che non risolve il dualismo e che aumenta il cuneo fiscale e la complessità della procedura di licenziamento. Ci sarebbe voluto molto più coraggio sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e sul percorso verso la stabilità di chi cerca lavoro a tutte le età. A ridurre il precariato ci penserà, inevitabilmente, la prossima riforma.

di Tito Boeri e Pietro Garibaldi Lavoce.info

Nella tradizione della monarchia inglese, le successioni al trono vengono scandite con un “The King is dead, long life to the King”. Oggi dovremo rassegnarci a scrivere “La riforma è stata fatta, lunga vita alla prossima riforma”.
Dopo la pasticciata approvazione in Consiglio dei ministri, la riforma ha cambiato tavolo. Dalla cosiddetta concertazione, la riforma è infatti approdata al tavolo dell’ABC, alla mediazione di Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. E quanto ne è uscito guarda ancora meno dalla parte dei giovani di quanto vi era entrato. Proprio mentre i dati sui redditi e la ricchezza delle famiglie dell’indagine della Banca d’Italia confermano l’acuto stato di disagio sociale dei giovani e il crescente ruolo di ammortizzatore sociale esercitato dalle loro famiglie.
Lo scambio è stato più rigidità in uscita in cambio di meno restrizioni all’abuso di contratti temporanei. È su quest’asse che si è trovata la mediazione. Il compromesso ci consegna un mercato del lavoro che non risolve il suo dualismo e che aumenta sia il cuneo fiscale che la complessità della procedura dei licenziamenti. Lo sforzo è stato notevole. I risultati modesti. Vediamo ora come la riforma sarà gestita in Parlamento. Nel frattempo, accettiamo di vivere con un cantiere permanente, perché i nostri problemi sono purtroppo ancora tutti lì.
In questo primo commento, vediamo per sommi capi l’Abc della mediazione.

Più rigida in uscita

Il ruolo dei giudici verrà ulteriormente potenziato. Dovranno ora decidere anche sull’insussistenza dei motivi economici addotti dall’impresa per il licenziamento individuale e, in tal caso, imporre la reintegrazione del lavoratore. Si noti che il reintegro potrà essere disposto anche nel caso in cui il fatto rientra tra le “tipizzazioni di giustificato motivo soggettivo e di giusta causa previste dai contratti collettivi applicabili”. In altre parole, il giudice potrà anche rifarsi a quanto disposto dalla contrattazione collettiva circa le causali dei licenziamenti economici. Aumenta così l’incertezza sui costi dei licenziamenti e presumibilmente anche la loro durata a dispetto delle corsie accelerate. E se si vuole inserire nella riforma del lavoro anche quella della giustizia bene chiarire se la priorità a contenziosi sul licenziamento può allungare le cause su temi più rilevanti per i giovani, quali la verifica dei requisiti per partite Iva, Asspa e altre forme di parasubordinato.

Meno restrizioni per i contratti temporanei

È stata tolta la causale per l’avvio di contratti a tempo determinato. Il divieto alle associazioni in partecipazione è stato ammorbidito: varrà solo oltre il terzo grado di parentela e tre associati.  È stato anche concesso un anno di moratoria per le imprese nel recepire le nuove disposizioni sulle partite Iva. Si noti che, secondo la legge, laddove celino rapporti di lavoro subordinato, dovranno essere trasformate in collaborazioni coordinate e continuative e non in contratti di lavoro dipendente. Sono modifiche relativamente marginali rispetto al testo uscito dal tavolo della concertazione, ma il segno è quello di allentare i vincoli nell’abuso di contratti temporanei. Dato che i controlli in questo campo sono a dir poco lacunosi, ben altro doveva essere il messaggio. Positivo il fatto che dall’entrata in vigore della legge i contratti “a progetto” e le collaborazioni “ripetitive” vengano considerate forme di lavoro subordinato, ma sulle partite Iva si poteva e si doveva fare di più. Positiva anche l’idea di aumentare i contributi per i lavoratori temporanei, in quanto è molto più probabile che dovranno utilizzare gli ammortizzatori sociali. L’aumento, tuttavia, fa crescere il cuneo fiscale e, in assenza di canali alternativi di ingresso, rischia di diminuire la domanda di lavoro, come dimostrano le critiche della Confindustria.

Manca il percorso verso la stabilità

Continua a non esserci canale di ingresso con percorso verso la stabilità. Non può esserlo l’apprendistato dato che al termine del periodo formativo si può essere licenziati senza alcun compenso. E poi l’apprendistato non può certo essere offerto a donne che rientrano dopo periodi di maternità o a ultracinquantenni espulsi dal processo produttivo.

L’Aspi e la mancia alla generazione 1000 euro

La riforma degli ammortizzatori e l’introduzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impego), come abbiamo già scritto, non cancella la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga. Cancella invece la vecchia mobilità. Il governo sostiene che con la riforma degli ammortizzatori aumenterà la platea dei beneficiari. Non è chiaro come questo avvenga. La cosiddetta mini Aspi è in tutto e per tutto l’indennità a requisiti ridotti vigente. L’unica differenza è che si applicherà anche a collaboratori a progetto o “finte” partite Iva. Per questi lavoratori era attualmente in vigore la mancia introdotta dal ministro Sacconi nel 2008, che valeva mediamente 800 euro all’anno e che copriva 9.500 lavoratori in tutto su di una platea di 125.000 potenziali beneficiari. Ora la mancia verrà ridotta, ma estesa a una platea più vasta. Leggendo con cura l’articolo 35 e prendendo il caso più favorevole (per l’entità dell’erogazione) di un collaboratore disoccupato per sei mesi l’anno precedente che avesse percepito nei restanti sei mesi 1.000 euro al mese, l’indennità sarà di 300 euro in tutto. Le regole sono tali per cui comunque la somma erogata non potrà eccedere i 1.000 euro (nei rarissimi casi in cui un collaboratore guadagni 4.000 euro al mese per 6 mesi, dato che il contributo è pari al 5 per cento di questa somma).

La prossima riforma

Per ridurre davvero il dualismo ci sarebbe voluto molto più coraggio sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e sul percorso verso la stabilità. La priorità assoluta rimane quella di prosciugare il parasubordinato offrendo un sentiero verso la stabilità a chi cerca lavoro a tutte le età. Peccato che questo obiettivo sia stato sacrificato a una confusa riforma dell’articolo 18 per tutti i lavoratori esistenti, che ha finito per trasmettere ansia a un paese in recessione. Ad ogni modo guardemm innanz. A ridurre il precariato ci penserà, inevitabilmente, la prossima riforma.