Bisogna proprio aiutare questa donna che si è imbarcata in u’impresa troppo più grande di lei.

Dopo averle affidato un incarico che con ogni evidenza non è in grado di assolvere, nessuno si è preoccupato di aiutarla con consigli e qualche salutare frenata; è stata lasciata sola ad affrontare tematiche nelle quali la sola conoscenza tecnica della materia, ammettendo che l’abbia, non basta a garantire una performance almeno accettabile. Eh no, perché in un ruolo nel quale le proprie decisioni impattano milioni di cittadini, alla competenza occorre che siano abbinate capacità che il ministro, con ogni evidenza non possiede.

Mi riferisco alla capacità di valutare la ricaduta sulla comunità, all’apertura della mente che crea le condizioni per un confronto costruttivo con gli altri tramite il quale si costruiscono, con i contributi di tutti, cose migliori di quelle che la sola propria visione consentirebbe e, soprattutto, a un tratto che deve contraddistinguere chiunque occupi responsabilità pubbliche: l’affrontare il proprio compito come tale e cioè non come l’esercizio di un potere ma come un dovere da assolvere avendo bene in mente che lo scopo finale è la cura dei cittadini che, volenti o nolenti (nel nostro caso, nolenti) ti sono affidati.

Nei mesi trascorsi dall’insediamento del ministro non si è vista traccia di quelle tre caratteristiche imprescindibili; le ricadute sui cittadini sono state colpevolmente sottovalutate, se minimamente considerate, altrimenti non saremmo qui a discutere del problema degli esodati e a tenere la contabilità dei suicidi di pensionati e disoccupati; il confronto è stato trattato come un elemento di disturbo al manovratore e la cura dei cittadini è stata liquidata con frasi ironiche o sarcastiche sula distribuzione delle caramelle e sugli spaghetti al pomodoro.

Quando riceve critiche, che come quelle di Angeletti e Marcegaglia stanno diventando sempre più feroci, il ministro si arrocca, viene presa da sconcerto, non capisce come si possa dissentire dalla sua visione, che evidentemente vede come l’unica possibile, e si appella ai cittadini che dovrebbero, loro e non Angeletti, chiederne il licenziamento; caro ministro, lo faremmo volentieri se ce ne fosse data la possibilità ma lei è stata insediata non eletta tra non eletti e il Presidente della Repubblica non ha ritenuto di chiedere la nostra opinione tramite il voto.

Non sappiamo quanto realmente la comunità finanziaria internazionale, Goldman Sachs, banchieri e investitori apprezzino il nostro Ministro del lavoro e francamente poco interessa saperlo se, comunque, il prezzo dell’apprezzamento è quello che la popolazione sta già pagando e che pagherà sempre di più se qualcuno non da quanto prima una mano consistente al ministro.

La nazione, grazie all’azione del Governo Monti, si sta stratificando in classi con disparità enormi e insostenibili e la riforma delle pensioni con annessa “dimenticanza” di un esercito di disoccupati è la “punta di diamante” di questa azione; il Ministro deve essere ricondotto a forme di gestione che si discostino da un rapporto squisitamente autoritario per divenire strumenti di realizzazione di una società migliore; qualche autorevole presenza la deve consigliare, spiegarle che i cittadini non sono una massa su cui imperare e alla quale far digerire le proprie teorie giuste a priori, ma la carne viva della nazione e che, portati alla disperazione tra un Aspi invece della pensione e le risorse che non si vogliono trovare, prima o poi si ribellano così vanificando anche il poco di buono contenuto nelle riforme.

Qualcuno ci pensi subito, aiuti la Fornero a diventare un buon ministro e, se verificasse che questa è una “mission impossible”, sia conseguente e, anche per aiutare lei oltre che i cittadini, la convinca a tornare ad attività per le quali, forse, è più tagliata.