Antefatto recente: Riccardo Tozzi, presidente della casa di produzione Cattleya e anche dell’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche e Audiovisive), è in viaggio in treno verso Bari. Per caso il ragazzo seduto accanto a lui sta guardando un film sul suo Pc.

Per caso il film è Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana; per caso il film è prodotto dallo stesso Tozzi e in quel momento non è ancora uscito nelle sale (il fatto è accaduto il 29 marzo, il film è uscito il 30). Tozzi giustamente ha un trasalimento: il film ancora non è in sala ma è già tranquillamente visibile su computer. Quando poi racconta l’episodio al sito badtaste.it, Tozzi conclude che poiché la generazione di quel ragazzo “non ha la sala cinematografica come riferimento e probabilmente tenderà a non avercela più nella misura delle generazioni precedenti”, allora bisogna raggiungerla “sullo schermo del computer, i-pad o quello che sarà. Comunque sulla mobilità”. E bisogna considerare questi canali “come un mercato. Anzi come il mercato”. Per il presidente dell’Anica in un futuro neanche lontano la distribuzione in rete dovrà aumentare considerevolmente il suo peso nella redditività complessiva dei film, magari dopo esser stata protetta da un’adeguata legislazione antipirateria, che è il vero problema al centro del dibattito in corso tra industria e politica. Tuttavia, osserva Tozzi, occorre anche fare attenzione a non scardinare la centralità della sala cinematografica nel percorso distributivo.

Ora il punto è: come si fa a conciliare la prevedibile maggior diffusione della rete come canale di distribuzione e la centralità della sala auspicata anche per il futuro?

Nel post precedente avevo scritto che c’è in Italia un problema di formazione alle immagini in generale e all’audiovisivo in particolare. Problema di cui la scuola – colpevolmente – non ha mai ritenuto di doversi interessare. Se invece la scuola formasse ragazzi capaci di distinguere tra un film che vale per la densità delle sue immagini, per le sue qualità visive o evocative (qualche nome? Kaurismaki, Sorrentino, Naderi, per non citare i soliti classici), e un film fatto tutto di sceneggiatura (naturalmente esagero un po’, nessun film è fatto “solo” di sceneggiatura); oppure tra la qualità di un’immagine proiettata su un grande schermo e la qualità di una riproduzione tv, computer, i-pad, videofonino; o ancora tra una fiction tv e un film, tra uno spot e un banner; se insegnasse a riconoscere le grandi architetture narrative che strutturano il film, il videogame, la serie ecc.; o infine se facesse intravedere quali giganteschi meccanismi di produzione di senso si innescano quando trasferisco un pezzo di film sulla mia pagina Fb, quando lo uso per un blob su Youtube, ecc.; se tutto questo in Italia non fosse una pura chimera, allora avremmo spettatori di domani molto esigenti e potremmo perciò ragionare su un mercato diversificato, in cui la sala convive con il pc, il satellite, i tablet ecc.

Non si tratta ovviamente di immaginare in maniera perversa una scuola finto-modernista che sostituisce lo studio della letteratura o delle scienze con la teoria e tecnica del linguaggio televisivo. Si tratta più semplicemente di considerare tutti i linguaggi audiovisivi come il nostro Abc elementare. Su questo l’industria (le industrie: cinema, tv, internet, hardware…) potrebbe fare un po’ la sua parte, per esempio favorendo e anzi proponendo accordi con il Miur per sostenere anche finanziariamente la creazione di cattedre di linguaggi audiovisivi nella scuola.

Qualche tempo fa Lionello Cerri, presidente degli esercenti cinematografici (cioè delle vittime designate in questo processo di lento abbandono della sala da parte del pubblico) ammise che serve una migliore educazione all’immagine, che passi soprattutto attraverso la scuola: ottimo, ma per far questo serve qualche soldo. Perché anche gli esercenti non contribuiscono economicamente giusto un poco? Non sarebbe tempo di creare qualche sinergia virtuosa tra produttori e formatori? Oppure un pubblico non formato all’audiovisivo è proprio ciò che vuole il mercato?