Secondo Attilio Befera, il capo dell’Agenzia delle Entrate, le cose non vanno male: si incassano più soldi, i controlli sono mirati, la loro qualità è migliorata. Speriamo che sia vero.

Però. “Nel 2011 sono stati recuperati 12,7 miliardi dal contrasto all’evasione fiscale”. Ma si tratta dell’esito dell’attività svolta negli anni precedenti: accertamenti con adesione, contenzioso tributario finalmente definito (dopo anni di processo avanti alle Commissioni tributarie), pagamenti rateizzati di somme. Insomma, non si tratta di gettito fiscale accertato e recuperato nell’anno, ma del risultato dell’attività di routine; gettito proveniente dal passato. Superiore (15%) a quello del 2010, è vero. Ma è pura casualità: meno rateizzazioni, più pagamenti in unica soluzione, più sentenze definitive.
La capacità di scovare gli evasori sempre quella è rimasta. “Abbiamo deciso di incrementare gli accertamenti sulle grandi imprese, quindi ne faremo di meno sulle medio-piccole imprese e sulle persone fisiche”. Non so quanto sia giusto. Le grandi imprese non evadono, eludono (sulla differenza tra evasione ed elusione scriverò, è una cosa complicata). La lotta all’elusione si fa sulla base di valutazioni giuridiche, diciamo in punta di fioretto: dovevi applicare questa norma, no ti sbagli, la norma giusta è quest’altra.

I risultati arrivano dopo anni di processi tributari e sono incerti assai. Naturalmente, se si considera solo la contestazione mossa con l’accertamento, sembrano grandiosi; ma i conti si fanno alla fine. È sicuro Befera che 1000 ore di verifica alla Fiat o a Mediaset rendano quanto 1000 ore di verifica a panettieri, avvocati, idraulici e ristoratori? E, soprattutto, non sta trascurando l’effetto intimidatorio di controlli diffusi sulla piccola e media evasione, quella che è all’origine dei 160 miliardi di euro rubati al paese ogni anno? La lettura complessiva del suo discorso trasmette un senso di soddisfazione: stiamo lavorando bene. Il che può essere, io conosco tantissimi funzionari delle Entrate e sono quasi tutti straordinari.

Ma il risultato finale del loro lavoro sono sempre 160 miliardi di euro di evasione all’anno che restano imprendibili. Non credo che sia una buona strategia quella di lodare l’efficienza del Fisco italiano. Credo che sarebbe meglio evidenziarne le carenze, proporre riforme e chiedere risorse. Infine. Non una parola sugli attacchi a Equitalia e sulla sua delegittimazione quotidiana. Eppure il lavoro dell’Agenzia delle Entrate, senza qualcuno che riscuota i soldi, sarebbe inutile. Non era male spiegare che questa Agenzia (i cui funzionari ricevono pacchi bomba) è quella che si incarica di prendere (certo, con la forza – giuridica –, altrimenti non glieli danno) i soldi agli evasori, quelli di cui parla Befera quando racconta dei 12,7 miliardi recuperati nel 2011. Spiegare ai cittadini che la riscossione è un capitolo fondamentale della lotta all’evasione e che, tra i poveretti che – “perseguitati” da Equitalia – si uccidono, si nascondono in grande quantità proprio gli evasori a cui Befera dà la caccia, era importante. Così come era importante non mettere l’accento sulla delicatezza degli interventi dell’Agenzia, sull’attenzione posta a non disturbare. E ricordare invece che pagare il tributo dovuto è imposto dall’art. 53 della Costituzione; e che in Italia la violazione di questo principio è diffusissima. Quindi (mi sarebbe piaciuto avesse detto) scusateci tanto, ma abbiamo molto da fare; lavoriamo per voi e un po’ vi disturberemo.

Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2012