Nel 2005, in occasione del voto sulla riforma federalista dello Stato, era comparsa al Senato la famiglia al completo. Lui, Renzo, allora aveva 17 anni e assicurava di essere emozionato per il coronamento del sogno di una vita (quella del padre).
Non si ricordano invece parole memorabili del fratello Roberto Libertà: un tipo pratico che poi si è fatto conoscere e apprezzare più per le azioni che per  le dichiarazioni, come il lancio di alcuni gavettoni con dentro candeggina contro i militanti di Rifondazione Comunista, che stavano attaccando manifesti elettorali a Laveno Mombello.
Al Senato, nel gran giorno, era presente anche il fratellino più piccolo, Sirio Eridano, che, secondo Renzo, si era annoiato, “e poi era tutto preoccupato, non capiva questa cosa del voto e me lo ha chiesto: ma cos’è, quando arriva?”. Un bimbo ancora in tenera età e, pare, di abitudini anomale perché, sempre a detta di Renzo, “poi era felice e ha fatto i pollici all’insù”, dimostrando di non essere in sintonia con i familiari, tutti fan del dito medio.

Nel 2009, dopo tre soli tentativi, Renzo era finalmente maturo, almeno scolasticamente. “Bastonato agli esami perché aveva presentato una tesina sul federalista Carlo Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire” aveva sentenziato babbo Umberto, ma il Trota poi minimizzò: “Mi interessavo già di politica, fai fatica quando hai questa passione a dedicarti anche agli impegni scolastici, semplicemente ho riservato poco tempo allo studio” ma “sul comodino ho parecchi saggi di politica e filosofia della politica. In particolare amo Popper“poi, grazie a un amico di famiglia come Giorgio Albertazzi ho potuto apprezzare la cosiddetta cultura alta, come il teatro classico”.

Renzo, o, come ormai dicevan tutti, Trota, ora trascorreva a Roma tutta la settimana: “Scendo pagandomi il biglietto del treno da solo –  precisava compiaciuto, e subito il nostro pensiero correva ai tempi del frugale Sandro Pertini – Seguo tutti i dibattiti parlamentari. Lo faccio perché ho un ideale. Sono uno dei pochi ad averlo ancora fra i ragazzi della mia età” e naturalmente, per difendere gli ideali, doveva tenersi aggiornato e stare all’erta: “La Lega non è un partito familiare, ma se mi chiama sono pronto. Sono cresciuto politicamente. Sto capendo come funzionano i meccanismi della politica”

“Andrà all’università in Inghilterra?” sondava un giornalista incuriosito da tanta genuina passione. “Possibile. Non ho ancora deciso. Stiamo vagliando le alternative”. Poi, dopo attenta e meditata riflessione, devono aver vinto le alternative, ma intanto Renzo, dopo le traversie scolastiche, faceva notizia per le sue scelte in campo ludico, come il gioco on line ‘Respingi il clandestino’, adatto a ‘sensibilizzare i giovani leghisti impegnati a difendere in questo modo le coste italiane, circondate da fittizie imbarcazioni di disperati. Chi riesce ad arginare gli sbarchi passa ai livelli successivi’.

Piovvero le critiche e la riprovazione generale. Tanto rumore per nulla, che non si ammazzava mica nessuno: Non c’era nessuno che sparava o altro. Solo delle reti che mandavano indietro degli omini. Se quello è razzismo, fa solo ridere. Chi l’ha inventato ha fatto una stupidata. Ciò non toglie che i respingimenti siano necessari”. Se qualcuno poi moriva, lo faceva per conto suo, non certo per colpa di una pallottola leghista.

Finalmente nel 2010 arrivò la chiamata, ma non perché la Lega fosse un partito familiare: “Sono un ragazzo di 22 anni che ha preso 13mila preferenze a Brescia, non mi hanno messo dall’alto” spiegava Renzo, una volta eletto, ai maligni che facevano insinuazioni antipatiche.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali gli avevano chiesto perché, a suo parere, la Lega attirasse tanti giovani in tempi di disaffezione per la politica. Il Trota ci aveva pensato un po’ su e poi aveva risposto sicuro: “I giovani, pensando al domani, vedono nella Lega una famiglia che cerca di disegnare per loro un futuro migliore”. E certamente ci deve essere stato anche un qualche giovane che ha visto nella propria famiglia una Lega che cercava di disegnare un futuro migliore per lui.

Il Trota è consapevole che “chi si comporta male, nel giro di poco finisce fuori dalla Lega”, ma non si è lasciato intimidire da accuse come quelle di Repubblica, che ha immediatamente respinto: “A parte le risate a crepapelle che si è fatta la mia fidanzata, con la quale convivo da nove mesi e che forse mi conosce meglio di qualsiasi giornalista, voglio ringraziare tutte quelle persone che davvero  sanno chi sono e che sono rimaste nauseate da questa esilarante farsa. Ribadisco: sono giovane, ma proprio grazie agli insegnamenti che i miei genitori mi hanno impartito so riconoscere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, la vita dalla morte. Onestamente ho troppe cose che mi stanno a cuore da fare e da portare avanti per perdermi in droghe e prostituzione. Magari sono interessanti per qualcun altro, non per me”.

Oggi papà Umberto non pare troppo convinto: “Mi avete preso per il culo. Ma la cazzata più grande l’ho fatta io, tutta da solo: non avrei dovuto far entrare i ragazzi in politica”.