Una cerimonia solenne nel cantiere navale di Visakhapatnam, nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, ha salutato l’entrata in servizio con la Marina militare indiana del sottomarino a propulsione nucleare Chakra II. Il Chakra è il primo sottomarino atomico della flotta indiana, da quando, nel 1991, venne messo in pensione l’ultimo “pezzo” della fornitura che l’India aveva ricevuto dall’Unione sovietica. Il Chakra viene dalla stessa fonte: è un sottomarino russo, classe Akula, che l’India ha noleggiato per dieci anni. Con le sue oltre 8mila tonnellate di stazza, può portare diversi tipi di siluri e anche missili cruise a testata nucleare, che il governo di Delhi per ora ha escluso di imbarcare. Il sottomarino doveva entrare in servizio alcuni mesi fa, ma una serie di incidenti ne hanno segnato la vita: il più grave nel 2008, quando un guasto all’impianto antincendio causò la morte di 20 marinai, mentre il vascello effettuava i test operativi nel mar del Giappone.

Oltre a pattugliare le immense frontiere marittime della Federazione, il nuovo sottomarino avrà due funzioni, una tecnica e una politica. La prima è la formazione degli equipaggi che dovranno poi essere imbarcati sull’Arihant, il primo sottomarino nucleare costruito in India, varato nel 2009 e atteso per l’entrata in servizio entro la fine di quest’anno. I sottomarini nucleari, a differenza di quelli convenzionali, possono navigare in immersione anche per mesi – una situazione che richiede un addestramento specifico per gli equipaggi, costretti a bordo anche per molte settimane di seguito, senza fare scalo e senza vedere la luce del sole.

La funzione politica, invece, si legge in trasparenza nelle parole del ministro della difesa AK Antony: «La Marina indiana riceverà una grande spinta dalla presenza del Chakra – ha detto Antony alla cerimonia – il nuovo sottomarino assicurerà la sicurezza e la sovranità del paese». In realtà, però, non ci sono minacce imminenti alla sicurezza marittima indiana. La marina del fratello-nemico Pakistan non è all’altezza della forza navale che ormai da diversi anni Delhi sta costruendo con enorme dispendio di risorse. L’avversario di lungo termine è la Cina, a sua volta impegnata in una corsa al riarmo navale.

La Indian Navy aspira a diventare una presenza costante sugli oceani, a partire da quello che collega la penisola indiana con l’Africa orientale e il sud est asiatico. Una strategia riassunta nelle parole di un alto ufficiale di Delhi, in occasione di un incontro internazionale sulla lotta alla pirateria, qualche mese fa a Roma: «Ci sarà una buona ragione, in un futuro non lontano, perché quell’oceano si debba chiamare indiano».

Queste aspirazioni spiegano in parte l’atteggiamento assunto dal governo di Delhi sulla vicenda dei due marò italiani in custodia cautelare nel Kerala. Oltre alle “sensibilità” interne e agli equilibri tra governi dei singoli stati e governo federale, Delhi ha bisogno di dimostrare che il controllo delle acque prossime alle sue coste non deve essere “delegato” ad altri stati e che la Indian Navy è perfettamente in grado di contrastare ogni possibile focolaio di illegalità lungo le coste della penisola. Al punto che, finora, le autorità indiane non hanno ammesso che ci sia stato alcun incidente connesso alla pirateria nelle acque dove navigava la Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale erano imbarcati i due marò.

La rilevanza politica, interna e internazionale, del tema è una delle ragioni che spiegano perché le autorità indiane, dall’Alta corte del Kerala fino alla polizia che sta conducendo la perizia balistica sulle armi di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, stiano rinviando di settimana in settimana ogni decisione in merito. I fucilieri di marina due giorni fa sono stati interrogati dai giudici ma hanno scelto di non rispondere perché non riconoscono la giurisdizione indiana sul loro caso (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/enrica-lexie-rimane-india-oggi-maro-saranno-interrogati/202016/).

Dal 2008, navi da guerra di New Delhi incrociano regolarmente sulle rotte commerciali del Golfo di Aden e dell’Africa orientale, per partecipare alle missioni internazionali contro la pirateria basata in Somalia e solo a questo tipo di operazioni la Indian Navy riserva il temine di “antipirateria”. Descrivendo i compiti e le missioni di pattugliamento delle coste indiane, gli ammiragli di New Delhi preferiscono parlare di «minacce alla sicurezza provenienti da attori non statali». Una definizione che può includere di tutto: contrabbandieri, terroristi, pescatori di frodo e, naturalmente, pirati. Un conto però è parlarne – per di più in termini così vaghi – nei documenti strategici o durante le esercitazioni che regolarmente vengono fatte coinvolgendo anche i pescatori delle comunità locali, tutt’altro conto è ammettere di fronte alle marine militari occidentali (l’Italia in questo caso è la parte per il tutto) che una marina che aspira a guardare così lontano a volte non riesce a vedere ciò che succede appena fuori dalle sue acque territoriali.

di Joseph Zarlingo