La Lega si batte per la tutela dell’articolo 18 e rilancia la lotta in Parlamento a difesa dei lavoratori. Fino all’anno scorso, però, nelle varie esperienze di governo condivise con Berlusconi, gli uomini di Alberto Da Giussano predicavano l’esatto opposto. Una virata talmente brusca che rischia di disorientare più che convincere.

Così oggi dal coro del Carroccio si levano voci come quella di Roberto Calderoli, che riferendosi alle novità introdotte dal Governo Monti in materia di lavoro, parla addirittura di marchetta agli imprenditori: “Dopo aver ammazzato i pensionati ora vogliono accoppare anche i lavoratori, con questa marchetta fatta ai grandi imprenditori sull’articolo 18”. E poi rincara la dose: “Stiano attenti, perché da adesso sarà lotta senza quartiere in Parlamento, nelle fabbriche e nelle piazze”. A fargli eco è il segretario federale Umberto Bossi, secondo cui “quella del governo non è una riforma, è una controriforma” e ribadisce chiaro e tondo che “l’articolo 18 non si tocca”.

Dichiarazioni che rompono col passato. E a cui risulta difficile credere. Sono in molti infatti a ricordarsi quello che diceva il Carroccio sullo stesso tema non più tardi di 10 anni fa, quando la Lega era al governo con Berlusconi e, tra le altre cose, occupava il ministero del welfare con Roberto Maroni. Allora era stata tentata una stagione di riforme del mercato del lavoro che prevedeva anche di sgombrare il campo dall’articolo 18, modifiche scongiurate dalla grande ondata di proteste e mobilitazioni che avevano coinvolto tutto il paese. E Umberto Bossi, allora ministro per le Riforme, dichiarava all’indomani della grande manifestazione di piazza del marzo 2002 a Roma: “Lo stralcio richiesto dai sindacati non si può fare e realizzarlo sarebbe un errore. Se vogliono andare avanti su ragionamenti che non risolvono i problemi veri, vadano loro. Ci mancherebbe altro che il governo torni indietro sull’articolo 18”.

Un anno più tardi Maroni, da ministro del welfare, varò la legge Biagi, che drogò il mercato del lavoro introducendo nuove tipologie di contratti precari, poco costosi per le aziende e poco garantiti per il lavoratore. Si tratta dello stesso Roberto Maroni che oggi conferma la contrarietà della Lega Nord alla riforma del mercato del lavoro che, a suo giudizio, segna un “ritorno al passato”, assicurando che il movimento scenderà in piazza per protestare contro il progetto del governo: “È una riforma che a noi non piace – ha spiegato Maroni – non tanto e non solo per l’articolo 18, che è un pasticcio. In un momento drammatico come questo investire sul lavoro significa aumentare le possibilità di assumere, non di licenziare”. E poi ha concluso: “Bocciamo complessivamente l’impianto, l’irrigidimento del mercato del lavoro”.

Un tema che era già stato affrontato dallo stesso Maroni a Matrix, lo scorso 20 dicembre, quando sostenne che l’atteggiamento è cambiato perché sono cambiate le condizioni: “Oggi, in un periodo di crisi, la questione articolo 18 riguarda una parte minima dei lavoratori, forse l’1%. Oggi il grosso del problema della perdita del lavoro passa per i licenziamenti collettivi, le ristrutturazioni aziendali, la messa in mobilità e la cassa integrazione: l’articolo 18 è un ballon d’essai. Nel 2000, 2001 e 2002 aveva un senso, oggi è una discussione senza significato e fuori contesto”.