«Anche gli assassini sono innamorati», spiega candidamente Renato De Maria ricordando la tribolata gestazione di La prima linea (2009) ispirato al romanzo Miccia corta del terrorista Sergio Segio.

Classe ’58 dimostrandone la metà, De Maria è stato ieri l’ultimo (e assieme a Sollima, il più vivace) degli incontri sul rapporto fra cinema e politica organizzati dal DMS e coordinati da Claudio Bisoni.

Mai come ieri si è compresa la difficoltà (l’inutilità, se i registi devono sottostare a queste condizioni?) di provare a raccontare sul grande schermo la politica. La travagliata avventura, raccontata ieri da De Maria, del suo La prima linea, sul piellino Sergio Segio, ne è la riprova.

«Orson Welles diceva, il 90% dell’attività di un regista è andare a cena con produttori che eviterebbe volentieri», ricorda l’autore quando inizia la ricostruzione del suo lavoro più tormentato. «Quando arrivai da Andrea Occhipinti glielo dissi immediatamente che quel film l’avevano rifiutato tutti… » ma lui ostentava sicurezza. «Ho fatto Il divo sulla figura di Andreotti, posso fare tutto vai tranquillo… ». Tranquillo De Maria non lo è stato mai a causa di questo film.

«Qua c’è un terrorista innamorato che va in carcere in missione d’amore per strappare e riportarsi a casa la sua fidanzata – terrorista anch’essa – ditemi se non è un film questo…. » pensava dopo aver terminato la lettura del romanzo di Segio.

Ma i guai erano dietro l’angolo.

«Ci hanno subito attaccato tutti, prima ancora che lavorassimo alla sceneggiatura, e i temi di aggressione variavano dal fatto che non si poteva fare un film da un romanzo di un terrorista al fatto che gli attori scelti, Scamarcio e la Mezzogiorno, erano troppo belli… ».

Poco serviva che il regista ricordasse che, prescindendo dalle valutazioni personali, Segio avesse comunque scontato la sua pena, che una storia che racconta l’amore di due terroristi non è una storia che inneggia alla lotta armata, e che non si spiegava perché fosse possibile attraverso grandi fiction come Romanzo criminale e Il capo dei capi, raccontare (rispettivamente) le avventure di criminali sanguinari e del capo di cosa nostra, senza che per questo stesso motivo ricorresse la preoccupazione di “mitizzare” i protagonisti.

Tutelare le vittime si disse. Certo. «Ma le vittime della banda della Magliana, o della mafia non andavano tutelate anche quelle? In realtà non venivano offese e io non avrei offeso quelle del terrorismo. Lo vogliamo capire che è fiction? Io ho immenso rispetto per tutte le vittime, nel mio caso quelle del terrorismo, ma figuriamoci. Il fatto è che quel film non inneggiava minimamente alla lotta armata, e inoltre custodiva una storia d’amore fra due persone che, occasionalmente erano terroristi. Questo ci consentiva di raccontare anche quel tipo di esperienza, senza ammiccare, senza empatia e senza fronzoli».

Nemmeno la stampa gradì l’operazione. «Dal Sole 24 Ore al Manifesto, li avevamo tutti contro ma non finisce qua, una sera mentre ero a cena coi miei figli accendo la tv e sento Napolitano, ad una cerimonia che riguardava il commissario Calabresi, occuparsi del mio film dicendo che non andavano finanziate pellicole che rischiavano di creare un’aria romanticheggiante attorno al clima del terrorismo…. ». Non basta. «L’allora ministro della cultura Bondi – ricorda sconsolato il regista – si occupò con veemenza della faccenda, e fra le altre cose ci chiese – anche giustamente – di confrontarci con le associazioni delle vittime del terrorismo, e fu un pomeriggio durissimo. Era dura spiegare a persone colpite da qualcosa di orribile che noi eravamo quanto di più distante da quell’orrore. Il rispetto per il loro dolore e la frustrazione per non riuscire a farlo sempre capire, si mischiavano… ».

Ma De Maria ha esplorato il rapporto fra cinema e politica/attualità attraverso il più efficace degli escamotage; dimenticandosene.

Ecco quindi che – andando indietro fino al 1996 – ritroviamo un piccolo capolavoro di glaciale durezza come Hotel paura, che racconta le vicende di un “tagliatore di teste” di una grande azienda che, indebitatosi per comprare una bellissima casa alla sua famiglia, prima perde il lavoro, poi la famiglia stessa e poco a poco diventa un vero e proprio homeless.

Nell’ultima scena il protagonista accetta il suo destino pettinandosi.

Raccontare (quindici anni prima) una storia che potrebbe accadere oggi pomeriggio è fare al cinema ciò che la politica non fa più; annusare le esistenze.

Del resto la curiosità verso le vite e la necessità di raccontarle in forma artistica, è l’humus nel quale De Maria si è formato nel mondo DAMS di Bologna, negli anni settanta.

E se l’incontro con il fraterno amico Andrea Pazienza è, per ovvi motivi, la più evidente polaroid di quegli anni, De Maria ricorda che «capiamoci, io ero uno che montava deliranti spezzoni di telefilm come Hulk e Stursky e Hutch col sottofondo della musica degli Stupid set….Tutto era arte, noi non eravamo interessati all’elemento marxista leninista di quella stagione, non volevamo ribaltare il potere per ricalibrarlo politicamente. Volevamo un mondo artistico, spontaneo, senza noia». I compagni di viaggio, per questo tragitto erano tanti. «C’era la musica, le radio libere, ma anche le tv libere che nessuno ricorda più perchè non ci sono archivi che le custodiscano, c’era la letteratura, Celati, Tondelli, Palandri, c’era Freak Antoni… ».

E soprattutto c’era la sede della CISL di notte… «Sì – sorride De Maria – di notte ci intrufolavamo nella vecchia sede della CISL dove giaceva incustodito un videotape. Grazie a quel macchinario ho realizzato – con Freak protagonista – la Trilogia della vita banale, una serie di corti – mica tanto- della durata di 40 minuti… ».

E andando a ritroso, finiamo dunque con Paz. «Molto semplicemente volevo raccontare la vita dei miei amici diciottenni attraverso lo sguardo, e il disegno di Andrea . spiega De Maria che anticipa anche una delle domande che spesso emergono riguardo quel film. «Perché non si vede nitidamente la droga, l’eroina in Paz? Per due motivi, forse banali, ma certamente sinceri. Perché l’eroina ha causato una vera ecatombe in quegli anni e ho visto andarsene molti amici, ma soprattutto perché se l’avessi messa all’inizio del film, Paz sarebbe stato marchiato come un film di tossici… Cosa che non volevo e che non era in realtà».

De Maria è anche un autore tv, su tutti Distretto di polizia, al quale però è approdato nella maniera che racconta. «Adoravo i polizieschi, in particolare amavo un vecchio telefilm dal titolo Hill Street giorno e notte. L’esperienza di Distretto è stata faticosa e bella al tempo stesso, ma se mi chiedete cosa mi ha spinto a farla vi rispondo sinceramente; soldi. Nel 2000, quando accettai quell’incarico, faticavo a trovare spazio per i miei progetti sul grande schermo, e pensate ancora non mi era capitato che dopo una proiezione privata coi vertici RAI di un vostro film (Amatemi, 2005) vedere un dirigente avvicinarsi e, imbufalito dirmi “Hai fatto un film d’autore”»…

Progetti per il futuro? «Tre. Un film a basso costo tratto da La vita oscena, il romanzo di Aldo Nove, una commedia surreale che immagini che fine hanno fatto i protagonisti di Paz, non proprio loro ma quella gente lì insomma, ci siamo capiti. E infine un film cui sto pensando assieme a Fabrizio Gatti, ispirato ad una sua inchiesta circa l’infiltrazione della ‘ndrangheta a Milano negli anni 90».

di Cristiano Governa