Giovedì scorso, in silenzio, il Consiglio d’amministrazione ha approvato il bilancio Rai 2011, tecnicamente – e in questo periodo va ripetuto, tecnicamente – comincia la ritirata per i vertici in carica che dovrebbero lasciare per il rinnovo aziendale.

Per capire il momento è interessante riassumere i fatti di un’intera settimana. Perché l’argomento è sospeso per non indebolire il già febbricitante governo di Mario Monti e, soprattutto, per agevolare la campagna elettorale di quei partiti che perdono popolarità e credibilità, ma chiedono ancora i voti per le amministrative: sarebbe scomodo, allora, spartirsi la televisione pubblica mentre s’impartiscono lezioni durante un comizio.

L’Italia dei Valori (martedì) ha dedicato un convegno / dibattito lunghissimo a viale Mazzini, rimarcando una posizione già nota che pare coincidere con quella del Partito Democratico: o cambiano le regole o noi protestiamo senza partecipare al gioco una poltrona per me e una poltrona per te. Seduto al tavolo di Antonio Di Pietro, Michele Santoro ha lanciato una provocazione: “Io mi candido: voglio fare un ticket con Carlo Freccero, lui come presidente e io come direttore generale, e sfideremo la commissione parlamentare di vigilanza presentando i nostri curricula. Tutte le nomine dovrebbero essere valutate in questo modo perché è la trasparenza che rende un sistema, e una democrazia, migliori”. La candidatura di Santoro, che continua a fare il giornalista fuori dal servizio pubblico con un programma che ne porta il nome, va paragonata all’incessante auto-promozione di Lorenza Lei, l’attuale direttore generale che spera in un complicatissimo secondo mandato.

La Lei ha beatificato il bilancio appena chiuso per l’utile di esercizio di poco superiore ai 4 milioni di euro, dimenticando i debiti pregressi (centinaia di milioni), la pubblicità a picco, le risorse a secco. Il direttore generale omette un’informazione così preziosa per utilizzare una circostanza fortunata – negli anni dispari non ci sono diritti sportivi da acquistare, nel 2012 sì – con l’obiettivo di ricevere un giudizio positivo. E poi, precisano spesso i cittadini, noi vogliamo una televisione che si può guardare non soltanto economicamente virtuosa.

Certo, nemmeno la bancarotta sarebbe una buona trasmissione per i cittadini / abbonati, che ne pagherebbero le tremende conseguenze. Anche i consiglieri d’amministrazione in uscita (e il presidente Garimberti), quelli ancora abbarbicati nonostante le dimissioni di Nino Rizzo Nervo, giocano per sé e per la conservazione di una specie in via d’estinzione: l’inviato politico che si occupa di televisione pubblica, cioè gestisce uno strumento fondamentale per la propaganda elettorale.

I berlusconiani conoscono benissimo la materia e, per il rischio di perdere il controllo di viale Mazzini (condiviso con la Lega, tanto Udc e un po’ di Pd), osteggiano qualsiasi riforma che Mario Monti prova soltanto a pensare. Il governo vorrebbe un Consiglio d’amministrazione di tecnici indipendenti, ma chi valuterà questi criteri? Forse la commissione di Vigilanza composta dai parlamentari? Ecco perché un curriculum potrebbe cambiare il destino della Rai.

Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012