E’ sempre più difficile il rapporto tra i giovani che decidono di fare impresa e lo stato italiano. La burocrazia è il principale ostacolo degli under 30 che, a causa della crisi, hanno perso l’interesse, la fantasia e quell’intuito che porta a guardare lontano. Non c’è soltanto un tasso-record di disoccupazione, che supera il 31%. Secondo uno studio condotto dal centro studi di Confindustria, solo un giovane su tre in Italia sogna di diventare imprenditore. Siamo gli ultimi in Europa. Su 9.600.000 società attive, solo 500mila sono di proprietà di under 30, il 5%. Perché? Secondo l’ultimo rapporto del Censis a scoraggiare è la burocrazia. Alla domanda “vorresti avviare un’attività imprenditoriale?” il 27% degli intervistati ha seccamente risposto “No, troppo complicato”.

Il dato è decisamente superiore alla media dei pari età sparsi per l’ Europa. Solo il 14% rinuncia per intoppi burocratici. Secondo il rapporto della Banca Mondiale “Doing business in a more transparent world”, che prende in considerazione i ‘paletti’ posti dai governi all’avvio di nuove iniziative economiche, nel 2011 l’Italia è scesa di 10 posizioni rispetto all’anno precedente, aggiudicandosi l’87° posto. Mentre il nostro Paese si perde nella burocrazia e perde posizioni, il Marocco in un solo anno ne ha guadagnate 21. In rapida ascesa, lo stato nordafricano si piazza sette posizioni dietro al nostro Paese ma il sorpasso è nell’aria, visto che il governo marocchino ha abbattuto del 40% i costi legati agli adempimenti fiscali. In Europa peggio di noi solo la Grecia. Pare sia veramente un atto di coraggio fare impresa in Italia. Un imprenditore, ogni anno è costretto a perdere 285 ore del suo tempo per pagare le tasse, in pratica un mese a fare la fila negli uffici. In Germania un imprenditore ha 60 ore di tempo in più rispetto a un italiano per produrre. Per chiedere un permesso per costruire, un edile potrebbe impiegare anche 258 giorni e potrebbe affrontare 11 procedure tra autorizzazioni e scartoffie varie, in Germania al massimo 97 giorni.

Per l’allaccio elettrico si può attendere anche 109 giorni. 17 se si è stati sfortunati, in Germania. La tassazione, soprattutto, incide per il 68% sul profitto dell’ imprenditore italiano mentre in Germania si scende al 46%. Negli Stati Uniti al 42%. Con la riforma del lavoro, il Governo dei tecnici ha facilitato i compiti per gli “startupper” agevolando le costituzioni di società, i contratti e i licenziamenti più veloci, ma per quanto riguarda gli ‘incoraggiamenti economici’ nulla, almeno per adesso, sembra essere cambiato, nonostante i giovani imprenditori di Confindustria abbiano proposto al Governo l’abbattimento dell’Irap sulle imprese giovani e l’abbassamento del cuneo fiscale sui lavoratori under 35. Se nascesse un nuovo Steve Jobs in Italia, potrebbe creare un impero economico dal nulla? No. Per la creazione di nuovi posti di lavoro l’Italia investe 25 volte meno della Francia e 18 volte meno della Germania, mentre per i pre pensionamenti la spesa pubblica italiana è 10 volte superiore a quella della Francia. Un Paese che manda in pensione anticipata le persone ma che non guarda alle ambizioni dei giovani imprenditori.

La difficoltà di fare impresa si riflette ancora di più sulla generazione dei “né né”, quelli che non cercano lavoro e non studiano. Secondo il rapporto di Eurofound, in Italia sono due milioni, completamente abbandonati a se stessi, il doppio della media europea. Il mancato incoraggiamento e l’assenza dal mercato del lavoro costa allo stato 27 miliardi l’anno, l’1,7% del Pil. A questo si devono aggiungere i costi reali, ovvero quelli sociali per mantenerli a spasso senza fare niente. Un altro fattore fondamentale è la mancanza di esperienze lavorative. Gli studenti arrivano troppo tardi all’appuntamento con il mondo del lavoro e per questo hanno meno opportunità. Una volta trovato un impiego non lo lasciano più o quanto meno non vorrebbero mai abbandonarlo alimentando in se stessi il timore di gettarsi in un’impresa. A 25-26 anni si sentono già vecchi e troppo insicuri per fare l’imprenditore. Il 61% della fascia 19-24, poi, è ancora impegnato in un percorso di studi mentre i colleghi americani sono liberi da impegni scolastici, università compresa, a 22 anni, due anni prima di un italiano. La stessa precarietà che si può avere nel mondo del lavoro dipendente è presente anche nel mondo del lavoro autonomo e quella che può sembrare un’alternativa alla precarietà e al “posto fisso al ministero” diventa solo un percorso farraginoso. Anche gli aspiranti  giovani imprenditori, insomma, non hanno nessun supporto al loro impegno.

di Alessio Aversa