Finalmente un bel film italiano: La-Bas di Guido Lombardi racconta la strage di Castelvolturno in cui il clan dei Casalesi nel settembre del 2008 uccide sei giovani clandestini come atto deliberato di violenza razziale e monito sul controllo dei traffici illegali. La scelta del regista è di raccontarci la storia attraverso gli occhi di Yssoufe fin dal suo arrivo dal Senegal, i suoi primi passi in Italia, il disorientamento e poi a poco poco l’inserimento in questo paese dove capisce subito che l’onestà paga poco. Lo fa con uno stile documentaristico attento, delicato a tratti, da osservatore senza fretta, accompagnato da una bella colonna sonora e da una bellissima fotografia firmata da Francesca Amitrano. Bravi davvero, bravi anche i produttori Curti, Formisano e Di Vaio che hanno scommesso su questo film. Mi è capitato di vederlo per le votazioni dei David e certamente lo voterò come miglior film e come miglior sceneggiatura, perché ha una drammaturgia compatta, non scritta a tavolino ma raccolta, e si capisce da un attento e lungo lavoro sul campo, come racconta Guido Lombardi in un’intervista. I dialoghi sono così veri da farti sentire in quel mondo, i tempi naturali.

Immagino che abbia lavorato con un budget molto ridotto, ma è un piccolo gioiello, quello che vorremmo vedere dal cinema italiano. Infatti non sembra un film italiano: si parla inglese, francese, senegalese. Gli attori, bravissimi, bellissime facce mai viste, sicuramente non prese a prestito da qualche fiction.

La sera prima invece, sempre per le votazioni dei David avevo visto un altro film italiano molto blasonato. Un film di ben altro genere, un film per intenderci di quelli super finanziati dalle nostre major (beh ne abbiamo due, indovinate quale?) un budget che avrebbe fatto realizzare dieci La Bas, ovviamente qui c’erano attori blasonati molto convinti di sé, riprese da elicotteri, tempi infiniti che non raccontavano nulla, silenzi che emanavano solo noia pura, dialoghi insopportabili scritti a tavolino, distribuzione prestigiosa, pretesa di raccontarci una storia tutta femminile della serie già questo vi deve bastare, se poi il film è terribile peggio per voi. Volete sapere il titolo del film? No, non ve lo dico, ma se vi dedicate alla visione del cinema italiano più establishment saprete subito riconoscerlo.

Da tutto questo mi sovviene  però una considerazione. Prima devo aggiungere che non conosco esattamente gli incassi di entrambi i film, ma  so che entrambi non hanno certo fatto straripare le sale, questo solo per dire che se il criterio di valore è quello del pubblico pagante in sala, siamo proprio lontani, in entrambi i casi.

Allora: un regista può sbagliare un film, succede a tutti, anzi diciamo che un regista dovrebbe poter sbagliare almeno un paio di film nella sua carriera e non per questo dover cambiare mestiere. Ma in tempi come questi, dove continuare a fare cinema in Italia è diventata quasi una missione, un miracolo, una passione, un Golgota direi, come si può permettere che continuino ad essere prodotti film da budget stratosferici che dell’Italia non ci raccontano nulla, che hanno scritto in fronte Io sono l’Autore, quando il cinema, quello che ci racconta un mondo, un’epoca, quello che fotografa l’Italia e i suoi cambiamenti invece abita perlopiù in piccoli film, preziosi, attenti, sensibili come quello di Guido Lombardi? La risposta c’è, e in molti la conosciamo: il cinema italiano è il cinema delle quote latte. Finchè le lobby saranno le stesse per trovare un po’ di cinema dovremo sperare nella tenacia e nella lungimiranza di produttori come Formisano, Curti e Di Vaio che certamente hanno dovuto lavorare e soffrire  parecchio per produrre La bas, ma almeno hanno continuato ad avere la gioia della libertà e dell’indipendenza, che in questo mestiere è fondamentale per fare film belli. Mi piacerebbe che La Bas vincesse il David, forse si dovrà accontentare di un David come migliore opera prima per lasciare il posto a qualche film più blasonato, ma infinitamente meno bello. Quote latte