Nel caso non si fosse capito Mario Monti si candida a futuro inquilino del Colle o a prossimo presidente del Consiglio. In entrambi i casi con il consenso di un’ampia coalizione politica e al fine di garantire che nulla cambi nella distribuzione del potere reale in Italia. Che così fosse era ovvio da tempo sia per il comportamento suo e dei suoi ministri più in vista sia, soprattutto, per le finte riforme e i veri aumenti di tasse che sono andati adottando. La lettera di due giorni fa sul Corriere della Sera ne articola il programma il quale consiste nell’offrirsi ai tre grandi partiti, e ai gruppi di potere che con essi controllano il Paese, come il garante della continuità. Siamo tutti consapevoli che questo Parlamento e le poche decine di migliaia di persone che in Italia dirigono l’apparato dello Stato (dai Comuni ai ministeri, dalle aziende pubbliche alle fondazioni bancarie ai monopoli dei servizi) non intendono perdere potere e privilegi. La lettera di Monti, vergata nel mezzo di un viaggio fallimentare, li rassicura che l’azione di questo governo può far sì che così sia per ancora parecchio tempo.

L’obiettivo è quello di tranquilizzare la trinariciuta casta, occupata ad aggiustare le regole elettorali per blindare anche il prossimo Parlamento, confermando che questo governo non intende “approfittare” della grave situazione in cui versiamo per rivolgersi direttamente al Paese mettendo in discussione l’equilibrio di poteri esistenti e la struttura statale che lo sottende. Tutt’altro: questo governo, qualsiasi provvedimento adotti, lo farà con il consenso delle attuali élite politico-burocratiche. Rigoroso rispetto per le regole della democrazia parlamentare? Sforzandosi assai la si può vendere così, ma è ipocrisia. Non costituirebbe violazione d’alcuna regola democratica porre questo Parlamento davanti a riforme vere, prendere o lasciare, assumendosi le conseguenze politiche ed economiche della scelta. Non servono forse a questo i governi “tecnici”? Invece non solo l’esecutivo si è piegato a tutti i compromessi che Parlamento e gruppi d’interesse hanno voluto imporre, ma il primo ministro garantisce ora che così sarà anche in futuro perché i partiti italiani sono “vitali” e guardano “agli interessi del Paese”. Chissà perché, invece, al lavoratore italiano medio essi appaiano come zombie assetati di tasse. Per fornire questa garanzia ed esplicitare questo programma, Mario Monti ci informa che il mondo intero ammira le riforme italiane, fra le quali include delle mitiche liberalizzazioni mentre si scorda di menzionare che la riduzione del disavanzo avverrà, se avverrà, grazie soprattutto a un aumento dell’imposizione fiscale. La residua incertezza che mantiene gli investitori internazionali lontano dall’Italia, dice il premier, è dovuta da un lato alla non ancora approvata riforma del mercato del lavoro (scordandosi di aggiungere: dipendente e privato, che come funziona l’altro 40% circa del mercato del lavoro italiano agli investitori internazionali evidentemente non interessa) e dall’altro al timore che la politica disfi ciò che i tecnici hanno fatto. Questo secondo rischio non si pone per le ragioni suddette, quindi basta approvare la riforma del lavoro dipendente ed è fatta. Qui la spara grossa perché, anche se venisse approvata verbatim, questa riforma avrebbe effetti solo marginali sul tasso di occupazione ed effetto zero sugli investimenti. Cercare di convincere gli italiani che, una volta ritoccato l’articolo 18, si sarebbe fatto tutto ciò che era necessario fare è bugia grave, e il professor Monti lo sa.

I patrioti più ciechi diranno che è suo dovere operare perché la fiducia nel futuro dell’Italia aumenti sia dentro che fuori del Paese e che, per farlo, occorre anche compiere dei peccati veniali, come lo sono le affermazioni abbastanza gratuite che la missiva in questione contiene. In una situazione normale questo punto di vista sarebbe legittimo. Ma non siamo in una situazione normale. Bugie e omissioni sono peccati veniali se e solo se la distanza che intercorre fra i fatti e parole è minima. Qui, invece, la distanza fra quanto Monti afferma e la realtà del Paese è abissale: quanto fatto sino ad ora non ha nemmeno lontanamente intaccato le radici antiche del declino italiano. Ha solo evitato (attraverso una brutale stretta fiscale su parte del settore privato) che l’aumento dello spread, dovuto all’irresponsabilità pluriennale di quella classe politica che Monti elogia, facesse finire il paese in una spirale disastrosa in confronto alla quale il declino pluridecennale sembra un sentiero fiorito. Tra non crollare nel giro di un anno e riprendere a crescere la differenza è notevole, come i tremolii dei mercati finanziari ci ricordano e come, soprattutto, la profonda recessione in corso conferma.

E qui torniamo al punto di partenza: il declino italiano si arresta e inverte solo con un radicale big bang riformista. Ma perché si possa anche solo coltivare la speranza di tale big bang è necessario che la maggioranza degli italiani si rendano conto della situazione e delle sue cause antiche. Occorre, soprattutto, che coloro che lavorano e producono intendano e accettino che non è possibile risalire la china senza cambiamenti drastici nel funzionamento dell’apparato dello Stato, nella composizione e nel livello della spesa e della tassazione, nella protezione statale del monopolio (pubblico o privato, fa poca differenza) nei settori dei servizi, eccetera, eccetera: la solita litania, insomma. Fare questo richiede e implica far saltare i rapporti di potere in essere nel nostro Paese sin dal ventennio fascista. Richiede e implica scompigliare la composizione delle élite italiane, ridefinendo le alleanze sociali che le originano e che esse perpetuano attraverso l’intervento statale. Richiede, quindi, mettere in discussione il potere e i privilegi di questa classe politica e delle poche decine di migliaia di “burocrati” che con essa gestiscono il potere economico e politico in Italia. La lettera di Mario Monti intende tranquillizzare esattamente costoro. Uscire dal declino richiede che costoro si innervosiscano, e che lo facciano a ragion veduta. L’Italia che produce, se vuole salvarsi, deve trovare qualcuno in grado di farlo.

Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012