Tanti giornalisti e non giornalisti che scrivono gratis lo fanno per fare le inchieste che i giornalisti che sono pagati non fanno o per ovviare a regole di accesso all’Ordine sperequative e proibitive, e mi avrebbe fatto piacere leggere anche questo, nell’intervento di Vincenzo Iurillo sui giornalisti che non si fanno pagare.

Quanti fra i “plurimi” vicedirettori di giornale o editorialisti ben pagati a volte riempiono i loro articoli di “fuffa” mentre importanti temi che dovrebbero essere portati all’attenzione del pubblico con inchieste-denuncia in prima pagina sono dimenticati o vi si accenna con colpevole superficialità o ignoranza? Quante “notizie” sono la fotocopia di un’agenzia, magari tradotta parola per parola da un’agenzia estera? E, ancora, quante “notizie” sono infarcite di opinioni dell’autore che non hanno il benché minimo rapporto con i fatti? E quanti giornalisti hanno le competenze per affrontare alcuni temi importanti che richiedono una base specialistica?

E’ ovvio che se chi ha prestigio e compensi non vuole o non sa fare quelle inchieste e non vuole o non sa dare quelle notizie, qualcun altro – nello spirito costituzionale di garantire la corretta informazione – se ne debba occupare, anche se gratis. Magari si tratta di un giornalista coraggioso ma misconosciuto o che non cede alla politica o di un aspirante giornalista che non ha potuto iscriversi all’Ordine causa l’editore scorretto che non ha pagato i contributi o causa le stesse regole dell’Ordine e per queste ragioni non viene pagato.

Due anni fa scrissi delle difficoltà di accesso alla professione evidenziando che l’Ordine nazionale sa benissimo che le retribuzioni (lorde) dei giornalisti in genere si aggirano sui 2,5-10 euro a notizia oppure ad articolo (eccetto che per alcune testate nazionali, con 30-50 euro), mentre per l’accesso alla professione gli Ordini regionali dei giornalisti impongono una retribuzione minima di 25 euro per la notizia, 60 per l’articolo, cioè quanto stabilito dal tariffario nazionale dei giornalisti già iscritti all’Ordine.

Questo significa pretendere che i giornali – pur pagando ai giornalisti pubblicisti o professionisti cifre risibili – siano disposti a pagare 10 o 20 volte tanto i semplici aspiranti giornalisti. E non per un articolo (che potrebbe essere uno scoop particolare), ma per i 24-90 articoli richiesti in un biennio, con attestazioni di pagamento sui due anni che vanno dai 1000 euro della Sicilia (16 euro ad articolo) ai 5.000 del Lazio (62,5 euro ad articolo!).

Ipocrisia o strategia per tagliare fuori i tanti che non sono amici degli amici o figli di papà o scribacchini in quota al tal partito e che non hanno la fortuna di trovare un direttore lungimirante e non politicizzato come ce ne sono pochi (ma che pure hanno un budget)?

C’è poi il problema di chi ritiene il giornalismo solo un lavoro, quando è una fondamentale funzione sociale di rilevanza costituzionale, protetta e incoraggiata dalle carte internazionali dei diritti come presidio di democrazia. Non può quindi essere limitata dal fatto che non si trovi chi è disposto a pagare per un articolo di denuncia, un’inchiesta scomoda o la notizia di un appello che – non essendo promosso da noti intellettuali o da qualche star dello spettacolo – sarebbe destinato a restare nel dimenticatoio se non ci fosse un bravo giornalista (o non) che ne parla gratis.

Insomma, benvenuti quei giornalisti (e non) che scrivono gratis, purché facciano corretta informazione. Chi ritiene non sia giusto non rimproveri costoro, ma si rivolga all’Ordine, al parlamento, agli editori, per chiedere che vadano in stampa o in onda tutte e soltanto le voci serie, in modo che alcune di queste non debbano arrivare alla fame per farsi pubblicare l’articolo che tutti noi vorremmo e dovremmo poter leggere.